Musica

Luca Aquino suona i Doors in chiave jazz

Il trombettista presenta domenica all’Auditorium di Roma il nuovo album “OverDoors”, dedicato alla band di Jim Morrison

Aquino

Gabriele Antonucci

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Se esistessero le Olimpiadi del jazz, l’Italia, nella specialità della tromba, avrebbe la medaglia d’oro assicurata con artisti del calibro di Enrico Rava, Paolo Fresu, Flavio Boltro e Fabrizio Bosso.

Ad insidiare questo quartetto ormai consolidato c’è da qualche anno il giovane Luca Aquino che, con già otto album alle spalle, sarebbe riduttivo definire una promessa.

Il talentuoso musicista beneventano  si era già messo in luce nel 2009 con Lunaria, disco ricco di contaminazioni e di riferimenti alla musica degli anni Settanta. Un lavoro che lo stesso Aquino ha definito “popolare e spregiudicato. In Lunaria, oltre a brani originali, c'è il rap, Mina, i Radiohead e All Blues, fino ad arrivare a De Andrè”.

Dopo l'intenso tour mondiale col duo aQustico, a fianco di Manu Katchè, il batterista di Peter Gabriel, Luca Aquino presenta domenica 31 all'Auditorium Parco della Musica di Roma (ore 21) il suo nuovo progetto discografico OverDoors, pubblicato dalla Tuk Music di Paolo Fresu.

Profondamente ispirato dal rock e in particolar modo dai Doors, uno dei gruppi più influenti degli ultimi 50 anni, il trombettista beneventano rivisita, a suo modo, i classici del repertorio della band californiana da Light my Fire a Waiting for the Sun, fino a struggenti interpretazioni di brani come Indian Summer, Queen of the Hightway e The Crystal Ship.

Aquino sarà affiancato da Antonio Jasevoli alle chitarre, Dario Miranda al basso e Lele Tomasi alla batteria.

Le note di copertina, scritte dallo stesso Aquino, spiegano il senso di quest’operazione, perfettamente riuscita: “Nel jazz sono di moda i tributi e oggi il trend è dichiararsi rocchettari. Per queste ragioni ho frenato, a lungo, il desiderio di dedicare un album ai Doors, la mia band preferita in assoluto. Poi ha prevalso l’amore per Jim Morrison e compagni. OverDoors è maturato con forza tra alcune difficoltà. Il primo dubbio è sorto sulla scelta dei brani: li avrei rivisitati tutti. L’altra profonda indecisione che ha echeggiato sui miei pistoni è stata, invece, alimentata dalle diverse possibilità di rilettura dei brani della storica band californiana. Un’unica domanda per mesi: un approccio da cover o un’autonoma rielaborazione musicale? Alla fine ho percorso entrambi i sentieri, calzando Converse, sentendomi libero di sviscerare e ricomporre Light My Fire, ma anche di cantare alla lettera e soffiare melodie eteree ed eterne come Blue Sunday e Yes, The River Knows. Sono curioso di far ascoltare il groove di Waiting fot the Sun a Carlo, Piero e agli altri amici con i quali, seduti su una panchina, sognavamo volando sulle note di LA Woman”.

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