Lou Reed: "Take no prisoners", l'album-choc del 1978

Un live folle e controverso: omaggio al poeta di New York

THE VELVET UNDERGROUND & NICO - Velvet Underground - 1967 – Credits: (Getty Images)

Gianni Poglio

-

Per una settimana dal 17 al 21 maggio del 1978 la sua casa è stata il Bottom Line, Un club di 400 posti nel Greenwich Village, a Manhattan.

Una settimana di concerti raccontata attraverso suoni e parole in uno dei dischi più controversi e oscuri del poeta di New York. Dal punto di vista della filologia musicale quelle di Take no prisoners non sono versioni standard dei classici di Reed. Il Bottom Line fu un caso a parte con gli show trasformati in mix di musica e parole, pause improvvise, urla del pubblico, versioni delle canzoni dilatate all'infinito. 

Un disco punk non tanto per il sound (c'è anche qualche spunto jazz), ma per l'attitudine. Nei solchi del disco c'è l'oltraggio al concerto perfetto, quello pulito, senza sbavature. No, quella non era roba per Lou. Che a un certo punto se la prende anche con Patti Smith sbottando in un "Fuck Radio Ethiopia (un album della Smith; ndr), I'm Radio Brooklyn"

E poi i dialoghi con il pubblico: "Ricomincerò a cantare quando starai zitto". Oppure: "Per me potete anche andarvene se non vi piace". Non c'era controllo del palco, nessuna pianificazione, solo rabbia, confusione, alterazione. Reed inizia un brano e la gente gliene chiede un altro. "Heroin" urla con insisitenza uno dei fan più molesti.  

E la musica? Splendida e travolgente, a volte persino irritante, ma geniale. Berlin, Walk on the wild side, Street Hassle, Sweet Jane diventano altro da quello che erano. Salta la forma e si sente la sostanza. Quella di un disco d'artista. Irriverente, autoironico, odioso e commovente. Tutto in una sera. Tutto sullo stesso palco.

© Riproduzione Riservata

Commenti