Alessandro Alicandri

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Ho sempre immaginato Jovanotti come un divulgatore con un nome d'arte non molto accademico e un modo di vestire piuttosto eccentrico. Non è mia intenzione rubare appellativi che sono già stati assegnati a altri grandi nomi della musica, ma Lorenzo negli ultimi anni ha incarnato quella giusta via di mezzo tra un brillante professore universitario e uno sciamano.

Nella prima data milanese del suo "Lorenzo negli stadi Tour 2015", il 25 giugno è stato un po' come entrare nella sua tenda tribale: tu sai come sei quando ci entri, ma non sai come sarai quando ne esci. Voi che siete stati al concerto, sapete di cosa sto parlando e chi non c'è stato lo scoprirà presto: ogni live, come un libro o un film, un po' ti cambia. Un concerto di Jovanotti è più come un tatuaggio: non si torna più indietro.

Anche questa volta il suo rituale collettivo ha portato visioni, contatti del terzo tipo, cose strane con il sapore del futuro ma anche del passato che rifiuta la nostalgia. Le parole chiave che Lorenzo si è fissato nel cervello sono "freschezza" e "contemporaneità". E secondo me queste cose le ripete come un mantra, le coltiva come piante e ogni tanto le annaffia pure.

Due ore e mezza di spettacolo e oltre 30 canzoni (inclusi i singoli brani dei medley) si espandono di fronte a decine di migliaia di persone con una "visibilità" del tutto aperta: dovunque sei nello stadio vedrai quel fulmine, tutti i musicisti e la passerella che entra nel pubblico. Apertura, freschezza e contemporaneità.

La scaletta si è rivelata del tutto ideale per il contesto: a portata anche di chi non è fan storico, non troppo ovvia, con qualche grande assente, un po' tamarra e piuttosto romantica. Il tutto accompagnato da una costruzione scenica di altissimo profilo, ma con contenuti per lo più leggeri, teneri e colorati.

Nelle animazioni del concerto ("Adventure Time" compreso) c'è lo stupore che hanno i bambini per quel genere di sciocchezze che non mettono argini all'immaginazione.

La band è massiccia come un'orchestra sinfonica, c'è un livello di dettaglio nella costruzione dello show che sfiora l'ossessione, anche se ad un certo punto salta un microfono e chissenefrega, la legge di Murphy non fa sconti a nessuno.

Tornando a casa ci siamo chiesti davvero sia possibile fare meglio di così. Se lo sono chiesti alcuni addetti ai lavori dopo aver visto lo spettacolo e forse ve lo siete chiesti anche voi.  

Jovanotti è come Lupin: un "ladro gentiluomo", non di gioielli ma di stimoli esterni. I suoi confini sono il mondo intero e spesso non gli basta nemmeno quello. 

Il professor Jovanotti e lo sciamano Lorenzo ci insegnano quanto è bello vivere avendo gli occhi più aperti, le orecchie con le antenne più lunghe, il cuore più disponibile a ciò che è diverso. Finché non lo avremmo compreso e imitato (è piuttosto inimitabile) lui rimarrà 10 passi avanti a tutti gli altri.

Questo "Lorenzo negli Stadi Tour 2015" si colloca per epicità dello spettacolo tra i migliori della sua carriera. E se non siete troppo nostalgici potrebbe diventare il vostro preferito di sempre. 


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