Linkin Park, The Hunting Party: la recensione

Ritorno al rock e melodie vincenti. Sarà un successo.

Mike Shinoda e Chester Bennigton – Credits: Getty Images 

Gianni Poglio

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Non ci sono dubbi sul fatto che i Linkin Park siano una delle rock band più popolari degli ultimi dieci anni. Hanno iniziato sull'onda del fenomeno nu metal contribuendo con album e canzoni che sono nella storia di questo genere. Poi hanno sposato una linea più melodica ed accessibile. 

Fino ad oggi. The Hunting Party segna il ritorno a sonorità decisamente più aggressive. Una scelta felice, anche perché li pone controcorrente rispetto alle tendenze degli ultimi anni. Questa volta i Linkin Park concedono poco alle contaminazioni rap e si chiamano fuori dall'effetto plastica che affligge molti dischi contemporanei.

Il messaggio è chiaro fin da subito con Keys of Kingdom: muro di chitarre, batteria martellante e voce sgraziata. Ha l'attitudine del punk War, uno dei pezzi meglio riusciti del disco. In Drawbar compare anche Tom Morello chitarrista dei Rage Against The Machine, ma anche di recente in tour con Bruce Springsteen. Quasi tre minuti strumentali con una parte di pianoforte da incorniciare. Until is gone è un ottimo singolo, in perfetto equilibrio tra le esigenze di accessibilità e la rinnovata voglia di adrenalina rock.

Decisamente radiofonica Final Masquerade: ottima produzione e linea melodica vincente. Viene naturale dire che Rebellion ha qualcosa della straordinaria potenza dei System of A Down. Non è un caso, perchè l'ospite d'onore del brano è proprio Daron Malakian, chitarrista e cofondatore della band di Serj Tankian.

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