Led Zeppelin: misteri, segreti e follie in un libro cult

La magia della band raccontata a Barney Hoskins da 200 testimoni

Da sinistra: Robert Plant, Jimmy Page e John Bonham (Getty Images)

Led Zeppelin - La storia orale è il ritratto fedele della vita e della carriera di una delle più leggendarie rock band di sempre. L'autore ha interpellato e intervistato 200 persone, inclusi gli Zeppelin stessi, che hanno popolato il magico mondo del gruppo. Qui sotto, un estratto dal libro: aneddoti, chicche e rivelazioni su quel che succedeva davvero dietro le quinte. 

ROBERT PLANT: Negli Zeppelin abbiamo sempre condotto un’esistenza da clausura. Non avevamo contatti con nessun altro. Ci conoscevamo tra di noi e conoscevamo quelli dell’entourage, tutto qua.

JOHN PAUL JONES: Peter non ci lasciava avvicinare da nessuno. Non li lasciava parlare con noi, e si occupava lui di tutto il resto. Eppure lui non diceva: «Penso che dovresti fare questo o quello». Ti accorgevi quando era veramente soddisfatto, il che accadeva quasi sempre. Non ricordo che abbia mai detto o lasciato intendere che avevamo fatto qualcosa che non gli fosse piaciuto, dal punto di vista artistico.E anche se avesse avuto una simile sensazione, non l’avrebbe mai detto, perché non toccava a lui farlo.

ANDY JOHNS: Stavano molto tra di loro. Una cricca, direi. C’era una terribile quantità di paranoia, perché in pratica la loro parola d’ordine era: «Siamo noi contro loro perché hanno intenzione di darci addosso». Una volta ci eravamo presi una pausa durante la lavorazione del quarto disco. Mi sono ripresentato allo studio il giorno che avevamo stabilito e mi hanno detto: «Che fine avevi fatto?». E io: «In che senso? Avevamo detto di riprendere oggi, martedì, a mezzogiorno». «Be’, abbiamo cercato di rintracciarti ma non siamo riusciti a comunicare con te». «Perché ero nel Gloucestershire a trovare la mia famiglia». Ho visto entrare qualcuno nella stanza e hanno detto: «Non c’è problema, amico», e poi, quando sono usciti: «Fottuto bastardo, sta cercando di pugnalarci alle spalle».

MICK FARREN: Il Colonnello Parker non voleva che Elvis andasse in giro con Natalie Wood, perché avrebbe potuto incontrare qualcuno che gli diceva: «Quel sudista che hai per manager è un idiota». E credo che ci fosse qualcosa di simile tra Grant e gli Zeppelin. Era come dire: «Non lasciare che escano dal branco Zeppelin».

SAM AIZER: La cosa formidabile che ha fatto Peter è stata impedire per un certo periodo che parlassero con chiunque. Meno parli con quelli della stampa e più loro vorrebbero parlare con te. Adesso il mondo è cambiato, adesso la gente ti dice via Twitter: «Hey, ho appena mosso il piede sinistro, ho appena mosso il piede destro…». Gli Zeppelin seguivano la tattica opposta:non potevi parlare con loro. Ogni volta che facevano interviste, rimanevano sempre sul vago e per metà del tempo era impossibile incrociare il loro sguardo.

KEITH ALTHAM: Quando vedi un’intervista di Jimmy, quella è soltanto la punta dell’iceberg. Appena si tocca il mento con un dito, capisci che non vuole rispondere a quella domanda e sta cercando il modo per aggirarla.

NICK KENT: Page è molto controllato. Riflette sempre prima di dire qualsiasi cosa, mentre c’è qualcuno come Keith Richards che dice tutto quello che gli passaper la testa. Page è sempre impegnato in un’operazione di editing su se stesso, quindi inevitabilmente quello che esce dalla sua bocca è molto circospetto, come se avesse qualcosa da nascondere.

MAT SNOW(ex redattore di «Mojo») Se ti metti in relazione con Page assumendo un atteggiamento assolutamente da fan e anche da conoscitore di certa roba e da ammiratore della stessa roba che ammira lui, allora lui diventa cordiale. Non esattamente interessante, ma almeno disposto a parlare. Ma, Dio mio, l’iniziale atteggiamento permaloso e lo sguardo sospettoso…

CHRIS CHARLESWORTH: Chris Welch mi ha detto che, ancora adesso, se per caso dice qualcosa di spregiativo sugli Zeppelin, ha degli incubi nei quali squilla il telefono e una voce dice: «Sono Peter. Vorrei dirti due parole». Ma Peter era anche capace di essere molto gentile coi giornalisti. Roy Hollingworth aveva scritto commenti favorevoli sugli Stone the Crows e Maggie Bell, e una volta è andato in Olanda con loro e Peter. Il giorno dopo lo spettacolo, stavano passeggiando in un  mercato e Roy stava ammirando delle giacche. Peter gli ha detto: «Ti piace questa, vero, Roy?», e gliel’ha comprata. Quindi era capace di gesti come questo.

JOHN BONHAM: L’anno scorso abbiamo fatto tre tournée e alla fine la sensazione era di averne avuto abbastanza. Avevamo fatto tanto in un breve spazio di tempo, eravamo esausti. Avevamo offerte per suonare dappertutto, in Francia, in America, e avremmo potuto farlo. Ma a che scopo? Eravamo stanchi. Avevamo lavorato duramente, e Peter aveva lavorato anche più duramente di noi. Ci piaceva lavorare, ma avevamo bisogno di una pausa prima di essere esauriti del tutto.

JIMMY PAGE: Eravamo stufi di andare in America. C’eravamo stati due volte l’anno e a quei tempi girare l’America era veramente un tormento, era uno sforzo notevole. 

HENRY SMITH: Siamo andati a Bron-yr-Aur con un furgone rivestito di pannelli bianchi. Questa volta eravamo solo in quattro: Jimmy, Robert, Sandy McGregor e io. Niente mogli, né Peter, né Richard, nessun altro. Era come se andassimo in campeggio. Jimmy portava stivali di gomma e maglioni di cardigan, e il famoso cappello che aveva messo al Festival di Bath. Era il look più folk. In un certo senso per loro si trattava di una specie di atterraggio. Jimmy era un ragazzo di città, mentre Robert era un po’ più campagnolo. Era interessante vedere come fossero in cerca di una dimensione serena della vita. Stare in quel posto per me è stato divertente, perché un paio di volte io e Robert siamo usciti per andare a metterci sull’erba vicino al ruscello. E lui parlava delle canzoni e cercava ispirazione per i testi. Ricordo che parlavamo dei piccoli animali che vivono nell’erba, e che avevamo separato l’erba con le mani per vedere cosa c’era sotto.

JIMMY PAGE: Forse la scintilla scoccata a Bron-yr-Aur ha avuto come conseguenza l’idea di dire: «Torniamo a Headley Grange con uno studio mobile, chiudiamoci lì e vediamo cosa salta fuori». Quello che ne è venuto fuori, stando in quella casa, è stato il quarto album. Anche se alcune cose sono state registrate altrove come Stairway To Heaven, l’intera cosa è germinata a Headley.

JOHN PAUL JONES: Headley era orribile. [Non c’era] praticamente mobilio, niente biliardo, nessun pub nelle vicinanze… quando siamo arrivati ci siamo messi a girare come matti per trovare le stanze meno umide.

RICHARD COLE: Non giravano droghe serie nella band in quel periodo. Soltanto fumo e un po’ di coca. Giocavano a fare i gentiluomini di campagna. Avevano trovato un vecchio fucile e sparavano agli scoiattoli nel bosco… non che ne abbiano mai colpito uno.

JIMMY PAGE: Era una situazione ottima per la disciplina e per andare avanti col lavoro. Immagino che sia per questo che un sacco di pezzi sono venuti fuori a Headley. Going To CaliforniaeThe Battle Of Evermore, per esempio.

ANDY JOHNS: Come musicisti, e performer, erano velocissimi. Non ne avete idea. Si riuscivano a registrare tre o quattro tracce per sera. Jimmy e John Paul erano musicisti da sessione dei migliori del mazzo. Avrò pure dormito soltanto due o tre ore per notte, ma mi svegliavo pensando: «Oggi ho un’altra possibilità di fare qualcosa che non è mai stato fatto prima». Avevi questa opportunità ed era fantastico. Potevi imparare da alcune delle persone più eccezionali che fossero mai apparse sulla faccia della Terra.

JIMMY PAGE: Ogni volta che ci ritrovavamo insieme dal terzo, quarto, quinto album in poi, […] ci dicevamo sempre l’uno con l’altro: «Che cosa hai trovato?», per vedere se Jonesy aveva qualcosa, ad essere sinceri.

JOHN PAUL JONES: Ricordo che in quel periodo io e Jimmy ascoltavamo ELECTRIC MUD di Muddy Waters. Una traccia di quel disco è un lungo riff errabondo e mi piaceva l’idea di scrivere qualcosa di simile, un riff che fosse come un viaggio lineare. L’idea mi è venuta durante un viaggio in treno tornando da Pangbourne. Fin dalla prima prova a Grange, abbiamo capito che poteva andare.

ROBERT PLANT: Il ragazzo di mia figlia, che suonava in un gruppo psychobilly, ha cominciato a dirmi che una parte di Black Dog era sbagliata perché c’è una battuta in 5/4 in mezzo alle altre in 4/4. Be’,questomi ha fatto andare in bestia, quindi ho tirato fuori il disco, l’ho messo sul piatto e ho detto: «Ascolta, nanerottolo, questo non è un errore, questo ti dimostra cosa eravamobravia fare!».

(C) 2012 Barney Hoskyns, Estratto da "Led Zeppelin. La storia orale" di Barney Hoskyns per gentile concessione di Arcana edizioni

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