La Messa da Requiem di Verdi alla Fondazione Verdi di Milano

L'esecuzione diretta da Boncompagni ha donato al pubblico tutto l'ordito strumentale e armonico che il compositore ha lasciato nell'immensa partitura

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Il compositore Giuseppe Verdi – Credits: Getty Images

Nazzareno Carusi

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L’occasione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi diretta da Elio Boncompagni alla Fondazione Orchestra Verdi di Milano era da non perdere. Perché Boncompagni è l’ultimo, in ordine crescente d’età, dei direttori italiani dritti d’intenti e studi, e nobili in concerto. Prìncipi che hanno Riccardo Muti a sommo irraggiungibile; e che finiti loro, finito forse tutto.

L’ordito vocale e strumentale, melodico, armonico e contrappuntistico, tutto sinfonico e per nulla teatrale, terribile da dominare, che Verdi spiega nell’immensa partitura con sapienza siffatta da mutarne i vortici ora in sollievi dell’anima affranta, ora in fardelli di ghiaccio a punirla, ora in occhi di fuoco a mostrarle d’oltremondo l’eterno, Boncompagni l’ha tenuto alla briglia con dominio di sé e delle masse.

Così il Coro, non contraltare ma compagno dei singoli strumenti dell’Orchestra e di tutti nell’insieme. E (quasi) così i solisti, che il meglio avevano nella grazia soprana di Virginia Tola. Il Kyrie invocava Dio, e dal gesto austero di Boncompagni s’alzava al cielo. Il Dies irae scatenava i versi che vogliamo di Tommaso, beato per la sua e la mia Celano ma non ancora per la Chiesa. Sui turbini tellurici dei suoni, tornavo a memoria ai passi che conosco metro a metro del fianco della nostra Serra, in cerca delle pietre bruciate e svèlte d’abitanti dalla furia dell’imperatore Federico. Era il 1223 e poco dopo, “secondo una suggestiva ipotesi storiografica”, Tommaso fu ispirato al canto del giorno d’ira “proprio dalla visione di Celano distrutta”.

Fa bene Elsa Flacco a ricordarlo nelle note del suo curiosissimo romanzo “Per Francesco, che illumina la notte”, appena uscito da Oakmond Publishing. Il 2 novembre, giorno ai morti consacrato, alla Fondazione Orchestra Verdi di Milano s’è celebrato così, vòlti all’abisso di quel che non sappiamo. Preces meae non sunt dignae, sed tu bonus fac benigne, ne perenni cremer igne. Altro che zucche.

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