Nella musica popolare del Novecento sono stati quasi sempre gli artisti di colore a tracciare le nuove tendenze, dal jazz al soul, passando per il blues e l’hip hop.

L’unica eccezione è rappresentata dalla musica elettronica, della quale gli indiscussi padrini sono i tedeschi Kraftwerk.

Impossibile immaginare la dance e la techno, la new wave e l'hip hop, l'inflazionatissimo electro-pop che ascoltiamo oggi senza l’apporto dei brani fondamentali dei quattro robotici musicisti.

Celebre la definizione di Derrick May, uno dei maestri della techno: «La techno sono George Clinton e i Kraftwerk chiusi insieme in ascensore».

Dopo il successo del live di quest'estate a Umbria Jazz, il leggendario gruppo di Dusseldorf, il cui nome significa «Centrale elettrica»,  tornerà in Italia dal 4 al 7 novembre alle OGR di Torino dove porteranno, in anteprima italiana, la loro serie di concerti in 3D The Catalogue – 1 2 3 4 5 6 7 8.

The Catalogue – 1 2 3 4 5 6 7 8  è un viaggio cronologico attraverso il percorso artistico dei Kraftwerk, da Autobahn a Tour de France.

Combinando suono e immagine, le performance presentano oltre quattro decenni di innovazione musicale e tecnologica, e includono nuove improvvisazioni, proiezioni e animazioni 3D.

Gli spettatori verranno proiettati in un’atmosfera quasi onirica, dove musica e immagini si intersecheranno e si influenzeranno a vicenda, un sabbah glaciale e al tempo stesso coinvolgente.

A partire da Autobahn e in ordine cronologico, ogni serata rivisita integralmente due dei rivoluzionari album dei Kraftwerk accanto ad altri brani del loro repertorio: 4 novembre Autobahn (1974) e Radio-Activity (1975); 5 novembre Trans Europe Express (1977) e The Man-Machine (1978); 6 novembre Computer World (1981) e Techno Pop (1986); 7 novembre The Mix (1991) e Tour de France (2003).

La loro prima retrospettiva si è tenuta nel 2012 a New York al Museum of Modern Art. Dopo quell’evento, sono seguite varie performance di The Catalogue – 1 2 3 4 5 6 7 8 nei luoghi più prestigiosi: la Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen a Düsseldorf, la Turbine Hall alla Tate Modern di Londra, l’Akasaka Blitz a Tokyo, la Sydney Opera House, la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles, il Burgtheater di Vienna, la Fondation Louis Vuitton a Parigi, la Neue Nationalgalerie di Berlino e il Guggenheim Museum di Bilbao.

Il progetto multimediale Kraftwerk è stato fondato nel 1970 da Ralf Hütter e Florian Schneider, ex studenti del corso di improvvisazione del conservatorio di Düsseldorf, distinguendosi subito dal coevo krautrock, un’avanguardia del rock psichedelico, per la propria originalità e la capacità di aprire un nuovo percorso nella musica elettronica, favorendone l’incontro con altre discipline contemporanee, come l’arte e il design.

I Kraftwerk hanno brevettato per primi alcuni pad di ritmi sintetici e sono stati i precursori nell’utilizzare la batteria elettronica in ambito pop.

Nessun altro gruppo, neanche i Beatles o i Pink Floyd, è riuscito a portare l’avanguardia alla portata di tutti, senza mai tradire le sue ambizioni artistiche.

Prima dell’avvento dei personal computer, dei sintetizzatori e dei campionatori, la band tedesca ha rivoluzionato il concetto stesso di produzione musicale: all’improvviso non era più necessario utilizzare gli strumenti tradizionali, né bisognava saper leggere lo spartito per incidere album.

Anche la voce, filtrata dal vocoder, doveva perdere la sua soggettività, diventando uno strumento elettronico al pari di mini-Moog, sintetizzatori e sequencer.

La loro estetica, che si smarcava dai canoni del rock anglosassone,  sostituiva l’ego ipertrofico del leader con un anonimo uomo-macchina, costretto suo malgrado a interagire con oggetti di uso comune come strade, macchine, radio e computer per poter affermare la sua identità.

Emblematiche, in questo senso, le iconiche copertine degli album realizzate con teutonico rigore  dall’amico Emil Schult, allievo del pittore Gerhard Richter.

Nella musica dei Kraftwerk sono numerosi i riferimenti al nostro Futurismo, a partire dal loro maggiore successo, l’ipnotica Autobahn(Autostrada) del 1974, un brano della durata di oltre venti minuti.

Anche il nome degli studi dove la band componeva e registrava quasi contemporaneamente i brani, il celebre Kling Klang, vero e proprio laboratorio di sperimentazione sonora, ha un suono tipicamente futurista.

Nei live set i quattro musicisti sono schierati in modo simmetrico come un quartetto d’archi, la gestualità è ridotta al minimo, quasi meccanica, l’interazione con il pubblico è quasi nulla, l’abbigliamento è uniforme e marziale, eppure è impossibile non rimanere coinvolti dai loro brani, precursori di almeno un decennio della techno, anche grazie alle spettacolari animazioni video di Falk Grieffenaghen, divenuto, di fatto, il quinto componente dei Kraftwerk a partire dal 2013.

In Autobahn ritroviamo il culto della velocità e della macchina, teorizzato per primo da Filippo Tommaso Marinetti, oltre ai rumori concreti di autovetture.

Un’autostrada che ha portato, negli anni Settanta e fino ai giorni nostri, la musica tedesca al centro del mondo.

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