Kings of Leon: Mechanical Bull - la recensione

Meno ammiccamenti, più concretezza. Il gruppo di Sex is on fire prova a tornare indietro

Caleb Followill, 31 anni, chitarrista e cantante dei Kings of Leon, gruppo che ha formato con i fratelli Nathan, Jared e il cugino Matthew (Credits: Dave Benett/Getty Images)

Marco Pedersini

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I Kings of Leon provano a tornare indietro, per ritrovarsi a prima di quel fortunatissimo Only By the Night (2008) che li aveva spediti in cima all’Olimpo dello “stadium rock”. Troppo in alto: i tour ininterrotti, un nuovo album deludente, i problemi personali e quelli con l’alcol si erano rincorsi fino alla sera del 29 luglio 2011, quando, a Dallas, il frontman vomitava sul palco, lasciava la scena e il gruppo cancellava il resto del tour americano. Un esito paradossale, per un gruppo di fratelli a cui, fino al divorzio del padre predicatore, non era concesso nemmeno di ascoltare la musica “secolare”.

Hanno provato a togliere Sex is on fire dalle loro scalette, ma sono stati meno testardi dei Radiohead (che da tanti anni non suonano "Creep"): al Live on Letterman , dopo le canzoni del nuovo album, l’hanno suonata volentieri ("Però cantatela con noi, non metteteci in imbarazzo", ha chiesto dal palco Caleb Followill). Il disco del ritorno, Mechanical bull, ha un suono più diretto e concreto di quello a cui i Kings of Leon ci avevano abituato. Potevano diventare i nuovi U2, ma hanno preferito virare verso i Pearl Jam. Dovremmo dire che ci dispiace?

 
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