Gabriele Antonucci

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Chuck D, leader dei Public Enemy, ha affermato che “L’hip hop è la CNN del ghetto”.

Una definizione per certi versi superata, visto che l’ hip hop è diventato negli ultimi vent'anni un linguaggio universale, capace di trattare i temi più disparati e di arrivare a tutte le classi sociali.

Un linguaggio che ha il suo indiscusso re in Kendrick Lamar, che ieri ha vinto il Premio Pultizer  per la musica grazie all’album DAMN, pubblicato il 14 aprile 2017, già premiato con 5 Grammy Awards (ma non quello come migliore album dell’anno, andato a 24K Magic di Bruno Mars).

La prima volta del Pulitzer a un rapper

Lamar è il primo musicista proveniente da un ambito non classico e non jazz, in 102 anni, a ricevere il prestigioso premio, perché “DAMN. è una virtuosistica collezione di canzoni unificate dall'autenticità vernacolare e dal dinamismo ritmico, che offre una serie di emozionanti vignette che catturano la complessità della moderna vita africano-americana”.

Il rapper di Compton entra così nel gotha della musica mondiale, accanto ad artisti del calibro di Aaron Copland, Charles Ives, John Adams, Bob Dylan, Duke Ellington, George Gershwin, Thelonious Monk, John Coltrane e Hank Williams.

In precedenza altri musicisti di ambito pop avevano ottenuto un riconoscimento speciale dal Pulitzer, ma non il Premio per la musica vero e proprio: Bob Dylan nel 2008 e Hank Williams nel 2010, benché postumo.

Dopo la pubblicazion di DAMN, Lamar ha curato personalmente anche l’eccellente colonna sonora del film campione di incassi The black panther, lanciata dalla hit All the stars feat.SZA, che travalica gli angusti confini del rap per abbracciare il soul, il funk e l’afro beat.

Nato nel 1987 a Compton, uno dei quartieri meno raccomandabili di Los Angeles dove sono cresciuti altri rapper illustri come Eazy-E, Dr. Dre e The Game, Kendrick è forse l’unico artista hip hop di oggi a mettere d’accordo pubblico, critica e colleghi.

I complimenti di Obama e Pharrell Williams

Pharrell Williams lo ha addirittura paragonato a Bob Dylan per la sua abilità nello scrivere le liriche delle canzoni, mentre l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha affermato che How Much a Dollar Cost è una della sue canzoni preferite, tanto da invitarlo nel 2016 nello Studio Ovale della Casa Bianca.

Il giornalista Steve Marsh di GQ ha descritto Lamar come un «Ulisse nero, in grado di decostruire le violente figure retoriche del gangsta rap».

Il successo di Kendrick è figlio del travolgente successo del rap che, a differenza del rock, salvo alcune lodevoli eccezioni(Queens of The Stone Age e Foo Fighters su tutti), gode di ottima salute negli ultimi anni, merito anche della ritrovata consapevolezza politica cresciuta intorno al movimento Black Lives Matter.

Lamar è un rapper atipico per Compton: non si è mai unito alle gang del posto e la sua vita è cambiata a soli cinque anni quando fu testimone di un omicidio.

Decise di studiare invece che fare la vita di strada e fu lì che ad otto anni assistette alle riprese del video di California Love di Tupac e Dr. Dre, decidendo di puntare tutto sulla musica.

Gli album di Lamar

La svolta arriva nel 2012 con il soprendente Good Kid, M.A.A.D City, un concept-album che, in 12 tracce, raccontata la storia di un ragazzo di Compton mentre gira la città sul furgone della madre.

Lamar si è guadagnato sul campo la corona di monarca assoluto del rap grazie soprattutto a un album straordinario come To pimp a butterfly del 2015, a nostro parere uno dei 10 migliori dischi hip hop di sempre, nel quale Kendrik ha dimostrato una maturità e una capacità descrittiva da grande narratore urbano.

Liriche politiche e al tempo stesso personali, scandite con un flow torrenziale, rese ancora più indimenticabili da un gruppo affiatato di musicisti jazz (tra cui il pianista Robert Glasper, il sassofonista Kamasi Washington e il bassista Thundercat) in luogo dei consueti campionamenti, qui ridotti al minimo.

La supervisione dell’album è di Dr.Dre, un nome che non ha certo bisogno di presentazioni.

To pimp a butterfly si è aggiudicato nel 2016 quattro Grammy Awards come miglior canzone rap, miglior performance rap, miglior disco rap e miglior collaborazione con un artista rap, superando Kanye West, Drake, Lil Wayne e lo stesso Dr. Dre.

Il successivo Damn è un disco più pop rispetto al capolavoro jazz-funk To pimp a butterfly, e ha suoni più contemporanei, che strizzano l'occhio al pubblico dei teenager.

Un album che gli ha procurato, come effetto secondario, un preoccupante unanimismo, potendo vantare ormai un pubblico di ogni età ed estrazione musicale, tra cui anche persone che non hanno mai acquistato un album rap in vita loro.

Il meccanismo, come sanno bene gli esperti di marketing, è quello della cosiddetta “social proof”.

Se figure carismatiche come Obama e Pharell Williams hanno tessuto le lodi del rapper di Compton, allora vale la pena ascoltarlo, anche se non capisco nulla di cosa dice e mi mancano le basi musicali per apprezzare i suoi continui cambi di ritmica e il suo caratteristico sound, le cui radici affondano nel jazz, nel soul e nel funk.

La mancanza di concorrenza all'altezza

DAMN è un ottimo album, è innegabile, infinitamente superiore rispetto ai lavori dei suoi concorrenti, ma Lamar è un po' il Roger Federer dell'hip hop, e non solo per la sua classe.

La sua figura sovrasta le altre per la pochezza musicale dei suoi rivali, si pensi a Lil Uzi Vert, Future o Migos, artisti amatissimi dai teenager, ma le cui produzioni hanno suoni piatti, banali e "plasticosi", soprattutto se paragonati alla ricchezza dinamica dei brani del rapper di Compton.

Invece che accodarci acriticamente ai peana sul “rapper del ghetto che ce l’ha fatta”,  ci domandiamo, da vecchi amanti dell’hip hop old school, se il buon Kendrick avrebbe avuto la stessa considerazione della critica se avesse pubblicato i suoi primi dischi in contemporanea con gli straordinari lavori di debutto di Nas, Rakim, CL Smooth, Common, Mos Def e del compianto Guru, indimenticabile voce dei Gang Starr.

Ai posteri, e soprattutto ai suoi concorrenti, l’ardua sentenza.

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