Karl Bartos: io, pioniere dell'elettronica (con i Kraftwerk)

"Il pop di oggi? Meglio le colonne sonore di Quentin Tarantino"

Karl Bartos (Markus Wustmann - ufficio stampa)

Gianni Poglio

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Un diluvio di suoni elettronici voci robotiche, beat martellanti. Tutta roba che va forte oggi, ma che non sarebbe mai esistita se non ci fosse stata una band come i Kraftwerk. Innovatori, rivoluzionari, unici. Di quella leggendaria formazione tedesca ha fatto parte per 15 anni Karl Bartos, classe 1952, in concerto a Cagliari al Karel Music Expo 2013 , sabato 5 ottobre. "Sarà un meraviglioso viaggio attraverso la mia carriera. Dal 1975 ad oggi. Un grande lungo entusiasmante film, novanta minuti di suoni e visual originali". 

Insegna teoria del suono alla Kunstuniversität di Berlino Mister Bartos. "I Kraftwerk sono stati i pionieri di un modo di fare musica. Ben prima che i computer arrivassero negli studi di registrazione, noi utilizzavamo i sequencer e batterie elettroniche. I primi concerti in Inghilterra negli anni Settanta furono un evento. Ricordo che New Musical Express ci dedicò addirittura un inserto al centro del giornale". 

Lo raggiungiamo al telefono in Germania e ci racconta che il suo ultimo pregevole album, Off the record, è nato su sollecitazione di un suo vicino di casa, proprietario di una piccola etichetta discografica indipendente. "Ha insistito a lungo perché rimettessi mano ai miei archivi. L'ho fatto, è stato un lavoro estenuante. Ci ho messo settimane a trasferire in digitale tutto il materiale che era inciso su nastri e cassette che risalgono a decenni fa. Adesso basta per un po' con i dischi, sto scrivendo in un libro la storia della mia vita. Tutti mi chiedono quanto siano stati importanti i Kraftwerk per l'evoluzione del suono elettronico. Io rispondo che non lo so. Lo capiremo meglio tra una cinquantina d'anni quando noi non ci saremo più. Io, dei miei anni Settanta ricordo solo una quantità spropositata di computer tutti collegati insieme per ottenere suoni e voci mai sentite prima".  

Una sorta di diario di una vita in musica. "L'ho costruito in questo modo. Sa, la musica incapsula il tempo, sollecita ricordi, emozioni, gioie e dolori. C'è posto al mondo dove adoro isolarmi, è il mio studio di registrazione ad Amburgo. Quella è un'area senza tempo dove tutto scorre secondo ritmi che non sono quelli della vita. Quando supero quella soglia la mia vita cambia: Ma non ho alcun rapporto empatico con le macchine che utilizzo. Sono solo giocattoli, strumenti per ottenere effetti melodici o ritmici". Nostalgia dei Kraftwerk? "No, ho deciso di andarmene quando avevo 38 anni. Dopo 15 anni nei panni di un robot ne avevo abbastanza. Nessun rimpianto o recriminazione". 

Non mostra particolare interesse per la musica di oggi Karl Bartos. "L'ultimo album dell'ultima popstar di grido mi lascia indifferente. Mi affascina invece la colonna sonora di un film di Quentin Tarantino. La connessione tra musica e immagini di un film è un'esperienza artistica intrigante. Tenga poi presente che la musica non è l'unico commento sonoro di un film: ci sono le voci, l'ambiente, i rumori di fondo. Un genio come Kandinsky era molto geloso di delle possiblità espressive a disposizione di musicisti e compositori. Aveva un chiodo fisso, si chiedeva ogni giorno come avrebbe potuto trasferire le emozioni del suono nei suoi quadri. Il futuro ma anche il presente va nella direzione dell'incontro virtuoso tra questi due aspetti". 

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