Musica

Joe Barbieri: l'urgenza di un abbraccio analogico nell'era della musica digitale

Un testo per per pensare: lo ha scritto per noi un grande artista, un cantautore che ha fatto della ricerca musicale e letteraria il centro della sua arte

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di JOE BARBIERI

Nello scenario contemporaneo del fare arte – in cui ogni nuova opera, un nuovo progetto, un evento, godono di un pubblico potenzialmente globale – il suono assordante del vuoto che spesso torna indietro in risposta ad un atto creativo può risultare fatalmente frustrante per l’artista che lo produce.

Qualunque ambito, incluso quello artistico, fatica ad individuare i proprî interlocutori reali, e ci si muove in una “bolla” i cui confini sono di difficile lettura. Il tutto aggravato dal fatto che nell’ultimo decennio i social hanno generato la percezione di una prossimità tra le persone (inclusa quella tra gli artisti ed i loro fan) che a ben vedere frequentemente si rivela essere una fragile illusione.

La frattura tra virtuale e reale va ampliandosi sempre più e, nella darwiniana battaglia della sopravvivenza, a portare a casa la pelle sembrerebbero esclusivamente essere realtà liquide, come ad esempio lo streaming, il pay-per-view o l’on demand, spesso consumate come atto onanistico e privato. Tuttavia, dall’altra parte della forbice di questo quadro polarizzato, resiste (ed anzi cresce) un’intima attitudine da parte di una frazione della popolazione planetaria: mi riferisco alla propensione verso il contatto diretto, il partecipato, il condiviso.

Come in ogni altro ambito, anche in musica, ad un innegabilmente pratico universo digitale si contrappone sempre maggiormente la necessità fisica di un analogico abbraccio. Più che la musica riprodotta la tendenza degli ultimi tempi ha visto rafforzare – per innumerevoli ragioni – il valore di quella dal vivo. Ed anche rimanendo nell’ambito della musica registrata, il pregio dello streaming è imparagonabile a quello di un vinile; persino a quello del tanto vituperato cd. Per decenni abbiamo fatto compilation alle persone amate, regalato album del cuore, trasferito intere eredità emozionali attraverso la musica su supporto fisico. La condivisione è un nostro bisogno, che si accompagna alla necessità di conservare, toccare, ritrovare.

E la condivisione è anche alle fondamenta di ogni concerto che si rispetti, sia quando ci sentiamo spersi in un happening da migliaia di spettatori, sia se assistiamo ad uno spettacolo accomunati a poche decine di persone (o anche soltanto ad una: quella giusta). E ancora: io la condivisione, nella mia umile veste di cantautore, la tocco da vicino ogni giorno. Parte di coloro che mi fanno l’onore di ascoltare le mie canzoni, infatti, hanno spontaneamente scelto di ritrovarsi in una piccola e attivissima comunità che si chiama “Maravilhosi” (dal titolo di un mio album che si chiama “Maison Maravilha” e che quest’anno compie dieci anni).

Con queste persone, che – ça va sans dire – io conosco una per una, esiste un rapporto che la musica ha finito per sublimare fino a trasformarlo in un affetto potente e raro. Io li osservo, ed il modo che hanno di condividere il loro comune interesse musicale (e di andare anche oltre esso, mettendo in comune larghi pezzi delle loro vite private e fondendoli in amicizie appassionate) ha del commovente, e mi fa sentire con chiarezza che questo mio mestiere è alla fine davvero questo: fare della mia musica un ponte, un abbraccio che possa accogliere in esso chiunque abbia bisogno di un luogo in cui stare. 

L'ultimo album di Joe Barbieri è Origami

Live il 9 marzo a Bari, Teatro Forma e il 16 marzo ad Avellino, Sanzatempo Jazz Club.

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