Joan Thiele
Musica

Joan Thiele: "La (mia) musica è condivisione"

Ieri la cantante di "Save me" si è esibita all'Home Festival di Treviso - Intervista

Abbiamo un appuntamento nel backstage, subito dietro al palco più importante di Home Festival. Sono le quattro e mezza di pomeriggio e il caldo si fa sentire. Il terriccio misto a sabbia è micidiale, c'è polvere dovunque e in un attimo le mie scarpe rosse diventano di una sfumatura grigiastra. Tantissimi ragazzi sono in coda ai cancelli, aspettando di entrare nell'area della Dogana, per la penultima giornata di Home (oggi si chiude con Benji&Fede, Coez, Max Gazzè, Vinicio Capossela e 2Cellos). 

La riconosco dallo sguardo profondo e dai capelli che - forse per quel poco di sano imbarazzo che la contraddistingue - le coprono parte del viso. "Piacere Joan Thiele". "Piacere mio", rispondo. E lo è davvero. Non solo perchè penso che sia una tra le artiste più interessanti che abbiamo in Italia in questo momento, ma anche perchè credo sul serio in quello che dice. È innegabile: ciò che racconta - mentre canta o durante le interviste - è sincero. Schietto. Bisbigliato ma vero.

Ci accomodiamo in un divanetto. Dietro di noi gli Eagles of Death Metal (che ieri sera a Home hanno cantato davanti a migliaia di persone), impegnati ad ascoltare alcuni brani della tradizione napoletana. Su 'O sole mio, uno di loro si commuove fino alle lacrime. Ma torniamo a noi.


Joan, ti sei fatta conoscere al grande pubblico da una tua cover di Hotline Bling di Drake...

No, ti fermo subito. Tutti dicono così. Effettivamente ho avuto un’esposizione più alta con la cover di Drake. Linus l’ha messa inaspettatamente su Radio Deejay ed è stata ascoltata tantissimo. Ma io in realtà prima facevo tantissime cose.

Cioè? Racconta...

Suonavo tanto. Ho iniziato con i live: ne facevo davvero tantissimi. E avevo già pubblicato un paio di video. 

Cosa ricordi di questa dimensione dal vivo?

Sono sicuramente cresciuta da allora: ho iniziato ad esplorare l’elettronica negli ultimi tre anni. Prima ero su una dimensione prettamente acustica, che è un mondo che ho tuttora dentro di me. Non penso che se uno fa una cosa non possa farne un’altra. Si possono fare entrambe.

A proposito: hai un background musicale molto vario. Immagino dipenda anche dal fatto che hai viaggiato molto. Ti senti plasmata dai viaggi che hai fatto?

Sì, sicuramente. Il viaggio plasma chiunque, qualsiasi cosa tu faccia. Che tu sia un musicista o uno studente. Qualunque cosa. Vivi situazioni nuove, impari una lingua, ed è conoscenza: è una crescita. Anche da un punto di vista ritmico. Mi piace molto farmi influenzare dai posti in cui vado. Mi piace portarmi dietro qualcosa dai viaggi che faccio.

Quindi la parola d'ordine è contaminazione...

Riconosco di avere dei pezzi molto eterogenei. Anche io a volte mi chiedo: “perché sono così?”. Alla fine penso che sia giusto così, nel mio caso. Evidentemente ogni brano nasce in un determinato modo (e momento), ha la sua storia, i suoi suoni. Non penso che oggi ci sia la necessità di essere incasellati in un genere. È tutta un’evoluzione. Più si va avanti e più si tende ad avere una contaminazione continua.

La bellezza di @joanthiele (anche sotto antibiotico) ieri sera a Home Festival #joanthiele #hf16 #jacks150 #schintuontour

Un video pubblicato da Giovanni Ferrari (@giovanniferrar) in data:


Hai aperto alcune date live di Niccolò Fabi. Come è andata?

È stata una bellissima estate. Mi sono trovata un suo messaggio di complimenti sulla mia pagina Facebook. Mi ha fatto super piacere. Poi ci siamo incontrati per caso in Universal e mi ha chiesto se mi andasse di fare questa cosa insieme. È stata un’esperienza bellissima perché ho alternato il tour nei festival con il Red Bull Tour Bus a queste aperture un po’ più intime. Sono riuscita a mettere insieme entrambe le cose. Sia la parte più acustica che quella più elettronica.

Parliamo del tour sul Red Bull Tour Bus. Una bellissima idea, sicuramente. È stata anche una scusa per tornare il più vicino possibile alla musica "suonata", ancorata all'affetto della gente?

Già avere una band è come avere una squadra al lavoro. In generale se riesci a circondarti di persone intelligenti, sensibili e capaci, diventa una famiglia. Condividere con ragazzi (gli Etna, il suo gruppo, ndr) questo tipo di esperienza in un bus degli anni Cinquanta è bello: crea ancora di più quell’atmosfera di solidarietà, di aggregazione.

E magari si allontana da un’idea di musica plastificata...

Non saprei. La musica può essere plastificata. A me può anche piacere la plastica, se è fatta in un certo modo. Ma secondo me è l’intenzione che conta.

Quindi dici che è più importante il metodo che il contenuto in sé?

Esatto. Bisogna riuscire ad avere un approccio non plastificato.

Chiarissimo. Su cosa stai lavorando ora? Hai dei progetti a breve? 

Ci sono tante news. In primis andrò in alcuni festival l’anno prossimo. Poi ho un po’ di cose all’estero. Ad ottobre sarò a Londra. In ogni caso sto già preparando nuovi pezzi. Sono appena stata in Colombia a trovare mio padre e ho comprato duecento strumenti: mi sono chiusa a sperimentare qualcosa di nuovo. Mi piace l’andazzo che sto prendendo. 

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