Intelligence quotient, il nome nome scelto dalla progressive rock band inglese "fu una scelta del tutto casuale, estrapolata dai miei libri di testo", racconta Michael Holmes, che inizialmente studiava psicologia. “Del resto come potevamo non adottarlo immediatamente?”, aggiunge sorridendo lui, uno dei fondatori della band, un gruppo che fatto del rigore stilistico e della finezza melodica i propri marchi di fabbrica.

Gli IQ, come i Marillion e i Pendragon, si sono formati all'inzio degli anni Ottanta raccogliendo l'eredità di un genere diventato mainstream grazie a leggende come Genesis e Yes.

Li incontriamo per una piacevole chiacchierata, dopo un maniacale sound check della durata di oltre due ore al Phenomenon di Fontaneto d’Agogna (Novara) sold out per lo show serale (organizzato da Associazione Culturale Ver1 Musica). Da perfetti gentlemen britannici Michael Holmes e Peter Nicholls (rispettivamente lead guitar e front-man del gruppo) si scusano con noi per il lungo protrarsi delle prove...

Se vi riformaste oggi, cambiereste nome?

No, è ormai il nostro marchio di fabbrica. Cerchiamo piuttosto, ogni volta che incidiamo un nuovo album, di cambiarne la grafica, anche se è molto difficile, sono solo due lettere. Ma ci proviamo...

The Road of bones, la vostra ultima uscita che risale al 2014, suona in maniera leggermente diversa rispetto agli album precedenti: possiamo parlare di una nuova ‘era’ progressive?

The Road of bones nasce dal cuore, tutto quello che facciamo in verità nasce dal cuore. In questo disco ho cantato con molta più consapevolezza rispetto al passato. Ques'ultimo album album ha venduto più degli altri, anche se viviamo in un momento dove la musica viene di preferenza scaricata. Però, abbiamo la fortuna di avere un pubblico che risponde sempre positivamente e notiamo che ogni lavoro è apprezzato sempre un po’ più del precedente...

Le vostre copertine qualche volta sono cupe, dark...
‘Sì, la copertina di The road of bones, ad esempio, raffigura un ‘serial killer’ che ti sfida. Un po' come se dicesse: guarda cosa sto facendo... anche se poi ognuno può interpretare a suo modo ogni raffigurazione. In quel periodo eravamo soliti guardare molte serie TV scandinave, come The Bridge o The Killing, e quell’atmosfera ha influenzato la scrittura dell’album. Ogni volta però scegliamo la copertina solo dopo aver dato il titolo all’album. In Subterranea, tengono a sottolineare, abbiamo scelto una copertina volutamente differente dalle altre. Neil Durant (il tastierista) ed io abbiamo una cosa in comune: amiamo entrambi il film Life of Brian dei Monty Python, che non è esattamente un film cupo... Si, in effetti scriviamo musica cupa, ma nella vita di tutti i giorni siamo molto autoironici. Il sense of humour ci accompagna sempre.

Il periodo che intercorre fra un’uscita e l’altra dei vostri album è sempre molto lungo: siete impegnati anche in altri progetti?
L’album è la cosa più importante che facciamo ed è quello che ci farà ricordare una volta terminato il tour;
potremmo lavorarci per alcunimesi ma alla fine non sarebbe un buon album. Puntiamo sempre al meglio, alla perfezione,un lento processo per ottenere un lavoro perfetto... In verità, siamo anche estremamente pigri. Ma vi assicuriamo che stiamo lavorando al prossimo disco.

Intervista raccolta da Monica Franzon e Michela Vecchia 

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