Musica

Intervista a Mistaman: "La mia realtà aumentata? Un 'Black Mirror' del rap"

Il rapper trevigiano presenta il nuovo album: un mix di amore per l'hip hop, coerenza artistica e rigetto per le dinamiche social

mista

Matteo Politanò

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Si intitola Realtà Aumentata il nuovo album di Mistaman, uno dei rapper più longevi della scena hip hop italiana. Dopo l'album M-Theory del 2014 l'artista trevigiano è tornato con un nuovo progetto dal titolo Realtà aumentata, 13 tracce con produttori di spicco della scena, da Big Joe all'americano Marco Polo passando per Gheesa, Fid Mella e Dj Shocca. Lo stile di Mistaman è da sempre apprezzato nell'underground italiano, un rap conscious ma dall'alto tasso tecnico, rime ad "alta tecnologia cerebrale" che mi hanno ricordato l'intricato ma intrigante filo conduttore di Black Mirror, la serie tv britannica che pone riflessioni sulle nuove tencologie e sul loro impatto nella vita di oggi e di domani. 

Ho ascoltato il disco, è una sorta di Black Mirror del rap italiano. Come nasce "Realtà aumentata"?

"Capisco cosa intendi quando parli di Black Mirror, è un paragone che può calzare. In quel telelfim si raccontano storie collegate dall'amore/odio per la tecnologia e tutte le sue applicazioni futuribili. Il processo della scrittura del nuovo album è stato simile ed è iniziato da un periodo di distacco del sottoscritto dai social network. Ho iniziato a provare un senso si insofferenza verso questo strumento, ha dato voce a troppa superficialità e mi ha stufato. Non voglio dire che tutta la gente è globalmente stupida ma che l'evoluzione di questi strumenti di comunicazione e l'utilizzo esasperato hanno portato ad un appiattimaneto generale".

Per questo parli di "realtà aumentata"? 

"Esattamente. Non sono sparito sui social, continuo ad usarli e scrivere le mie cose ma rispetto agli ultimi anni ho avuto un senso di rigetto verso tutta la cultura del "selfie". Ho iniziato a vedere i social come un grosso calderone dal quale rischiavo solo di uscire più fraintendibile, una direzione contraria rispetto al messaggio contenuto nella mia musica. Ho voluto sviluppare un disco che fosse più personale ma ho rinnegato tanti lati della promozione e della lavorazione che non erano più coerenti con il mio modo d'essere. Anche per quanto riguarda l'aspetto visivo: ho scelto di non apparire nella copertina, di curare meno il personaggio e più i contenuti".

Il risultato ti ha soddisfatto?

"Molto, ricevo dei bei feedback e sono contento di come sta andando. Viviamo in un periodo dove la vita degli artisti sembra più importante della loro musica, volevo dire la mia con questo disco".

È tutto troppo commerciale? 

"Commerciale significa semplicemente toccare più tasti sensibili possibili nella gente."

Allora cosa intendi? 

"La logica della condivisione ha portato ad un appiattimento del significato, l'apparenza c'è sempre stata ma adesso ha prevaricato la qualità dei contenuti nelle priorità degli artisti".


Tu hai vissuto cicli diversi del rap italiano, ogni generazione viene sempre giudicata da quella precedente. Come valuti quella attuale e i cambiamenti che hanno coinvolto il rap? 

"Ho vissuto gli anni '90 del rap italiano, il crollo del 2000 e la rinascita. Non si tratta di fare discorsi da "vecchia scuola" e vedere mancanze in tutto ciò che è nuovo, il mio è un discorso più generale che si riferisce al periodo storico. È cambiato il modo di trasferire la musica, è cambiato il confronto tra gli stessi artisti. Adesso un rapper ha stimoli a 360° e può iniziare a fare musica senza mai uscire di casa, prima per fare rap andavi a vedere le jam e gli artisti che lo facevano dal vivo, ora è tutto relativo. 

Ti riferisci a questa nuova ondata trap? 

"Il mio è un discorso generale, adesso la musica si è un po' atomizzata e tutti sanno un po' di tutto. Ci sono nuovi linguaggi ed è un periodo di grande fermento, che è sempre una cosa positiva. Quel che noto spesso è però un'esasperata celebrazione del successo, una mentalità opposta rispetto alle origini. Ok celebrare sé stessi, è in pieno stile americano, ma prima di tutto a me l'hip hop a me ha dato qualcosa di unico: mi ha reso più felice. Ora avverto meno valori di questo tipo, un discorso che non riguarda la musica ma la società in generale. 

Per questo hai scelto di non fare instore

"È una dinamica che non mi piace, non voglio incontrare la gente che ascolta la mia musica in un centro commerciale, preferisco un contatto più vero, come un concerto".

Sei pronto per le prime date?

"Si, ho pensato tanto alla formazione per i live ma alla fine la scelta è stata la più ovvia: li farò con dj Shocca e Frank Siciliano, due garanzie con cui ho instaurato un feeling unico sul palco. Faremo tanti pezzi storici ma anche molti brani nuovi: ci tengo molto a cantare dal vivo le nuove canzoni e stiamo dando il tempo a chi ci ascolta di farsele entrare in testa per cantare con noi..."

Il brano più potente dal vivo del nuovo album?

"Devo dire che Basta è uno dei più potenti, Big Joe ha fatto un grandissimo lavoro"

Perchè hai scelto di non fare featuring? 

"In realtà le collaborazioni sono tante, quelle con i produttori del disco. Ho lavorato molto con Big Joe, ho passato del tempo con lui a Palermo per lavorare sul disco e ci siamo avvicinati molto. La mia priorità era l'omogeneità del sound: ho molti brani diversi tra loro e non volevo che il tutto suonasse come una compilation. Poi ci sono Marco Polo, è stato un onore cantare su un suo beat, Gheesa, Fid Mella e Shocca. Sono andato sul sicuro". 

E con Unlimited Struggle come va? 

"Stiamo continuando a lavorare grazie al sostegno costante di un seguito che negli anni è cresciuto e si è dimostrato fedelissimo. Non abbiamo il pubblico da 5 milioni di views ma non è un pubblico casual: sono i nostri. La mentalità di Unlimited è sempre stata la stessa: abbiamo preferito farci le cose da soli piuttosto che delegarle ad altri con il rischio di fare peggio". 


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