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Il Volo: "La nostra rivincita in Italia" - Intervista

L'infanzia, il successo, le critiche snob e una carriera che assomiglia a una favola. La storia di tre italiani che hanno conquistato il mondo

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Gianni Poglio

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Dalla loro parte c’è la gente. Quella che gli ha fatto vincere Sanremo, che si mette in coda per un selfie o un autografo e che puntualmente riempie i teatri dove Gianluca, Piero e Ignazio sfoderano le loro italianissime ugole. Il mondo, e in particolare gli Stati Uniti, li adorano da anni. Oltreoceano i tre «italian guys» godono di una popolarità da superstar della musica mondiale. Basti dire che sono la prima band nostrana ad aver firmato un contratto discografico con una major americana. L’Italia è arrivata dopo, sull’onda di Grande amore, il brano inedito che li ha visti trionfare all’Ariston davanti a Nek.   

Che sapore ha la rivincita in casa? In Italia, i critici più snob vi hanno sempre ignorato, sminuendo anche  la vostra fama internazionale.

Ignazio: Ci hanno sommerso di critiche, ma, alla fine, contano i fatti. «Perché non tornano in America? Sono troppo kitsch, sono vecchi». Ne abbiamo lette di tutti i colori. La verità è che siamo tre ragazzi semplici legati alle radici. La nostra musica è la musica degli italiani. Chi fa pop rock, invece, scimmiotta modelli anglosassoni. Vogliamo avvicinare i giovani alla nostra tradizione per andare oltre il rap e l’elettronica. Non è vecchia la nostra musica, ma è certamente da vecchi credere che quel che cantiamo sia antiquariato.
Gianluca: Meno male che i critici non fanno i discografici o i talent scout. Sarebbe la fine...

Al contrario, Lucio Dalla, aveva colto in pochi secondi l’enorme potenziale delle vostre voci...

Ignazio: Eravamo nei camerini dell’Arena di Verona: lui lancia un acuto per scaldare le corde vocali e io lo seguo senza esitazioni. Lucio si gira, mi guarda e fa: «Cazzo, che voce!». Un momento indimenticabile.

Tre flasback della vostra adolescenza che raccontano chi eravate prima del grande successo.
Ignazio: Nasco a Bologna, ma a 10 anni mi ritrovo a Marsala e scopro quanto peso abbia la differenza di mentalità. In Emilia, mia madre, per punirmi, mi faceva stirare e passare lo straccio. La consuetudine si ripete a Marsala, ma appena un amico mi vede fare i lavori di casa, inizia a sfottermi senza pietà. A quel punto, vado da mia madre e le dico: io, qui, le pulizie non le faccio più.
Piero: Mi rivedo in carrozzeria con mio padre a Naro, in provincia di Agrigento, a lavorare sodo inseguendo il sogno di avere una moto. La prima arrivò a tredici anni, la ribattezzai Luciano Pavarotti. Papà me la faceva usare solo la domenica mattina, per tre ore, intorno a casa. Sulla caviglia mi sono fatto incidere un tatuaggio che raffigura un pentagramma e le iniziali dei nomi dei  miei parenti più stretti. Musica e famiglia: le mie passioni.
Gianluca: Mi considerano «il narciso» del gruppo, ma non è narcisismo, solo insicurezza. Ho sempre bisogno di avere conferme. Le mie domande più ricorrenti sono: «Come ho cantato? Come sto?».
Ero così anche con la maestra dell’asilo:la tempestavo di domande in cerca di risposte rassicuranti. In Abruzzo, dove sono nato, mi hanno affibbiato il nomignolo di Maradona di Montepagano per come canto. In realtà, me la cavo bene anche con la palla tra i piedi. Ho pure segnato un bel gol allo Juventus Stadium nella partita tra la Nazionale Cantanti e le vecchie glorie bianconere. 

Star mondiali a 20 anni: vi assale mai il timore che tutto questo possa finire da un momento all’altro?

Gianluca: Questi anni sono volati, nemmeno mi sono reso conto del passaggio verso il successo. Viviamo un momento straordinario. Per questo, se sto troppo a casa, mi assale una voglia incontenibile di viaggiare. Ormai il mio corpo è assuefatto ai grandi spostamenti,  al fatto di essere acclamato. E proprio nei momenti di stop cresce la paura che tutto questo possa finire. Un timore irrazionale che, ne sono certo, prende tutti quelli che si trovano a vivere una situazione così straordinaria. Mantenere il successo è sempre la cosa più difficile,  ma è proprio la paura di perderlo che spinge ad andare avanti con ancora più determinazione. Detto questo, mi sento in una botte di ferro: abbiamo un grande team alle spalle e facciamo buona musica.
Ignazio: Uno dei miei otto tatuaggi, quello sulla schiena è una scritta: carpe diem. Il treno passa una volta sola ed p meglio prenderlo. La sindrome della meteora è sempre lì, ma noi stiamo dando il meglio di noi stessi per durare. E, ne sono certo, andrà così.

La peggiore gaffe della vostra carriera

Ignazio: L’ho fatta io a New York, nel backstage del Madison Square Garden, la sera del concerto di Laura Pausini. All’improvviso mi trovo davanti a un signore con cappello, cappotto e barba lunga. Piero mi fissa e mi dice : «Dai lo sai chi è...» Azzardo: «Ma è il nostro bassista?». Gelo: era Miguel Bosè. Non se l’è presa e tutto è finito con una risata.

Non esiste band al mondo che non abbia un rito propiziatorio che precede l’ingresso sul palco. Qual è il vostro?

Gianluca: Ci stringiamo forte le mani, ci abbracciamo e gridiamo forte: «Merda merda, merda!». Non siamo superstiziosi, ma questa è una delle cose che tradizionalmente si fanno prima di andare in scena. E noi non ci sottraiamo.

Il Volo e la politica. Vi appassiona o ve ne tenete lontani volutamente?
Piero: Nessun interesse. Mi fa pena parlare di politica:  siamo cittadini di un Paese straordinario completamente abbandonato a se stesso. Il nostro contributo all’Italia è portare con orgoglio nel mondo la bellezza della nostra musica.

La vostra storia è sempre stata raccontata, in Italia, come quella di una band che va all’estero per esibirsi davanti a un pubblico di connazionali.

Gianluca: Totalmente falso. Siamo circondati in patria da un misto di snobismo e invidia. Ci sono artisti che fanno di tutto per diventare famosi in Italia per poi provarci all’estero. A noi è successo il  contrario e, questo, con tutta probabilità, ha scatenato un po’ di risentimento. Qui cercano di ridimensionarci, fuori riceviamo incoraggiamenti e riconoscimenti inimmaginabili fino a qualche anno fa. Eravamo gli unici italiani in studio di registrazione per incidere We are the world for Haiti. C’erano Bono degli U2, Celine Dion, Barbra Streisand. Molti non sapevano chi fossimo, ma appena abbiamo inziato a cantare si sono girati tutti e si sono complimentati. Ecco, fuori dai nostri confini, funziona così. Anche Woody Allen è venuto a stringerci la mano. Per fargli capire in quale parte d’Italia sono nato, gli ho parlato del Montepulciano, il vino della mia terra. Non c’è stato bisogno di altre parole.

La vita vi ha regalato un sogno bellissimo. In questi casi si fa qualcosa per chi è meno fortunato...
Ignazio: Se parliamo di beneficenza, ci piacciono le azioni dirette. Come il concerto che abbiamo tenuto a Roccaraso per una bambina abruzzese, Iaia, con gravi problemi di salute. Era fondamentale raccogliere 50mila euro per un’operazione molto importante.  Ci abbiamo messo le voci e il cuore.

Chi di voi tre s’è autoironicamente definito «Un arancino siciliano con i piedi?»
Ignazio: Sono stato io trentacinque chili fa. Vivevo una situazione abbastanza surreale: andavo nei negozi per taglie forti e la misura più piccola mi andava larga, mentre nei negozi normali la taglia più grande mi andava stretta. A quel punto è scattata la dieta... Adesso mi scusi davvero, vado a riposarmi un po’. Stasera abbiamo un concerto importante.

L’ennesima standing ovation, l’applauso meritato per l’Italia che vince. 

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