Musica

Ian Anderson: "I Jethro Tull diventeranno un'opera rock" - L'intervista

Il leggendario polistrumentista si esibirà in quattro concerti dal 16 al 20 aprile

Ian Anderson

Gabriele Antonucci

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La caratteristica posa di Ian Anderson nel suonare il flauto traverso è una delle immagini più riconoscibili della storia del rock. Impossibile non identificare la sagoma del musicista con i Jethro Tull, uno dei gruppi fondamentali della stagione d’oro del rock che si è distinto, in album iconici come Aqualung e Thick as a Brick,  per la singolare commistione tra folk, progressive e hard rock. I loro numeri parlano chiaro: oltre 65 milioni di dischi venduti e più di 3.000 concerti in 45 paesi. La magia di quei brani senza tempo rivivrà nel tour italiano di Ian Anderson, che debutterà  il 16 aprile al Gran Teatro Geox di Padova. Seguiranno i concerti del 17 al Gran Teatro Linear4Ciak di Milano, del 18 al Nuovo Teatro Carisport di Cesena e del 20 all’Auditorium Conciliazione di Roma. Nello show, intitolato The Best of Jethro Tull & New Album Homo Erraticus, Anderson sarà accompagnato da John O’Hara, David Goodier , Florian Opahle e Scott Hammond in una cavalcata progressive tra passato e presente. La prima parte del concerto sarà basata sull’ultimo album Homo Erraticus, la seconda sui successi dei Jethro Tull.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Ian Anderson che, con il suo humour inglese e con una disponibilità rara per un artista del suo calibro, ha risposto ad alcune nostre domande.

Mr Anderson, il suo ultimo album Homo Erraticus trae spunto dalla storia inglese fino a toccare tematiche universali. Com'è nata l’idea di realizzare un concept album?

Home Erraticus è un album relativo a un tema che è molto caldo sia in Inghilterra che da voi, quello della migrazione, in particolare su ciò che comporta quando delle persone si spostano da un luogo all’altro, a volte in modo pacifico, a volte in seguito a delle guerre. In fondo, spostarsi da una parte all’altra del pianeta, in modo da vivere in condizioni migliori ,è da sempre la storia dell’uomo. E’ un tema delicato, il messaggio che voglio trasmettere è che ognuno di noi proviene da qualche altra parte, anch’io ho origini risalenti al Nord Europa e all’Armenia, ho fatto recentemente il test del Dna e ho scoperto che il 2,5% del mio codice genetico deriva dall’uomo di Neanderthal.  A volte ci dimentichiamo che gi immigrati non stanno facendo un viaggio in barca, ma spesso sono rifugiati che scappano da situazioni drammatiche nel loro paese. Non mi piace molto il termine immigrazione, preferisco parlare di popolazione e di come si possa rendere sostenibile questo fenomeno. A me piace vivere in una società multiculturale come quella inglese, ma mi preoccupa l’aumento vertiginoso della nostra popolazione senza che ci sia un adeguamento dei servizi per i cittadini. L’album è uno spunto per un dibattito su come bilanciare tolleranza e accoglienza in modo pratico e non ideologico”.

Le ultime canzoni di Homo Erraticus riguardano ciò che dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro. Come vede il futuro Ian Anderson?

“Cerco di essere ottimista. Dobbiamo trovare un modo per rendere più semplici gli spostamenti tra le città e aumentare la produzione del cibo, senza però compromettere e peggiorare i cambiamenti climatici. Dobbiamo abituarci a concentrare le risorse e vivere in città sempre più grandi, con 20 milioni di abitanti. I processi produttivi e i servizi dovranno essere più efficienti, poiché le risorse saranno sempre più scarse”.

I suoi show sono famosi per i video originali e per le trovate sceniche. Che cosa dobbiamo aspettarci dai suoi concerti italiani? Come sarà strutturata la scaletta?

“C’è sempre dello humour nel mio modo di esibirmi, abbiamo dei video che accompagnano le canzoni, a volte in modo letterale, altre volte in modo più astratto. Sono uno strumento per intrattenere, ma anche per far riflettere gli spettatori. Alcuni video sono più spaventosi, altri più divertenti e  surreali. A volte presento le canzoni, altre volte parlo più a lungo dei singoli brani, a volte sono più divertente, a volte no, dipende dal mio umore del momento. La scaletta prevede una prima parte dedicata al mio ultimo disco, a un anno dalla sua uscita, e una seconda incentrata sulla musica dei Jethro Tull, che sarà il 60% dello show, dove riproporrò, oltre ai classici, anche alcuni brani che non suonavo da 40 anni".

Ho letto che sta lavorando  a un nuovo album,  insieme a un quartetto d’archi, per reinterpretare in chiave classica i brani dei Jethro Tull. Può dirci qualcosa di più sul progetto?

“In realtà sto lavorando contemporaneamente  a tre progetti: un libro con tutti i testi che ho scritto, oltre 300 canzoni, con commenti e aneddoti, probabilmente uscirà in edizione limitata. Poi un album inciso con un quartetto classico con reinterpretazioni dei brani dei Jethro Tull, che dovrebbe uscire nel 2016, e il progetto più importante che partirà a settembre, The Jethro Tull Rock Opera.  Il musical, che avrà una struttura quasi operistica, conterrà una selezione di classici della band, oltre a brani originali composti per l’occasione, basati sulla vera storia della nascita dei Jethro Tull, ma trasposto nel futuro prossimo. The Jethro Tull Rock Opera avrà dei contributi video realizzati da ospiti speciali. L’idea dei brani originali mi è venuta l’anno scorso, proprio durante un viaggio in Italia”.

Non pensa che i Jethro Tull siano stati catalogati come progressive rock perché non c’era una genere preciso per descrivere la vostra musica?

“Il termine progressive rock è stato usato per la prima volta in Inghilterra nel 1969 da alcuni giornalisti, mentre dal 1972 si è iniziato a parlare di prog rock per connotare una musica pomposa e autoindulgente, come quella degli Yes e dei primi Genesis. Credo che la definizione di progressive rock vada bene per indicare le influenze jazz, blues, rock e classiche nella musica dei Jethro Tull, mentre non mi piace molto il termine prog rock perché noi non abbiamo mai suonato per fare vedere quanto siamo bravi tecnicamente, ma sempre per trasmettere emozioni”.

Alcuni spettatori meno attenti credono che Jethro Tull sia il suo nome e non quello del gruppo. Come vive questo fraintendimento?

“Adesso uso il mio nome negli spettacoli perché voglio far sapere chi sono, in modo che il pubblico distingua le mie canzoni da quelle dei Jethro Tull, a cui inevitabilmente sono legato e di cui sono molto orgoglioso. Si sono avvicendati ventisette musicisti nella band, ma soprattutto 300 canzoni di cui sono responsabile come compositore, flautista, chitarrista e produttore. Non mi offendo se alcuni mi identificano con i Jethro Tull, ma mi piacerebbe che la gente distinguesse la mia carriera solista da quella con la band”.

Lei è considerato un’icona per tutti i flautisti. Come si spiega che il flauto sia uno strumento così raro al di fuori della musica classica?

 “Il flauto è sempre stato usato nelle orchestre sinfoniche, ma è soprattutto uno degli strumenti più antichi che abbiamo, credo che sia il secondo strumento ad essere stato inventato dall’uomo. Addirittura l’homo sapiens soffiava dentro le ossa degli animali per produrre un suono diverso da tutti gli altri. Mi ha sempre affascinato l’aspetto arcaico del flauto, uno strumento che purtroppo non si presta molto al rock moderno. Mi fa un enorme piacere quando ricevo delle mail in cui dei giovani mi dicono che hanno iniziato a suonare il flauto grazie alla musica dei Jethro Tull".

Cambiando completamente argomento, come sono nate le sue passioni per i gatti esotici e per il chili?

“Il mio interesse nei confronti dei gatti risale a quando avevo cinque anni e ho avuto il mio primo gatto, che era molto socievole e anche un po’ matto. Sono sempre stato affascinato dai gatti, molto più che dai cani. Durante un viaggio in Africa mi sono appassionato alle specie più rare di gatti, circa ventisei, e mi sono dedicato alla cura e alla protezione di esse. Oggi vivo con mia moglie Shona in una casa di campagna del diciottesimo secolo, a 150 km di Londra, con cinque gatti, due cani, qualche cavallo e qualche gallina. Il mio interesse nel chili piccante si spiega perché sono un piatto e noioso inglese, non come te che sei un bruciante e appassionato italiano. Gli italiani amano la musica dei Jethro Tull, anche se è molto diversa da quella che ascoltano. A noi inglesi piacciono molto i piatti ultrapiccanti, tipici della cucina indiana e thailandese,  proprio perché siamo persone noiose. La passione per questa spezia è merito del batterista indiano, che mi ha fatto conoscere un curry molto piccante. In Italia non avete molti ristoranti indiani perché siete già voi piccanti e calorosi. Mi piace la vostra pasta, ma devo condirla con delle spezie piccanti per renderla più interessante”.

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