Musica

I Muse conquistano Rock in Roma – La recensione

Oltre 35.000 spettatori hanno sfidato il caldo per assistere all'unico concerto italiano della band di Matt Bellamy

Muse

Gabriele Antonucci

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Ventate di pessimismo cosmico rese meno dolorose da melodie a presa rapida, energici riff di chitarra che sembrano arrivare direttamente dallo spazio, atmosfere epiche e magniloquenti da kolossal hollywoodiano.

Nessuno, meglio dei Muse, incarna  il suono del nuovo millennio, tra rock decadente, lampi di elettronica e suggestioni sinfoniche. Un noto critico musicale ha definito il sound dei Muse “un ibrido geneticamente modificato di Queen, Jeff Buckley e Radiohead”. 

Solo gli U2 e i Coldplay possono vantare dal vivo un riscontro di pubblico e un impatto pari a quello dei Muse, come hanno potuto apprezzare il 6 luglio 2013 i sessantamila spettatori dello Stadio Olimpico. Un concerto memorabile, con una scenografia-kolossal caratterizzata da sei ciminiere che lanciavano fiamme nel cielo, da un gigantesco videowall e da una passerella che arrivava fino al centro dello stadio, immortalato in un film, Live at Rome Olympic Stadium, il primo ad essere interamente girato in 4K Ultra High Definition.

Un piacere per gli occhi, ma soprattutto per le orecchie, data  la straordinaria capacità dei Muse, soli sul palco con l’aggiunta di un tastierista, di dare vita a un sound ricco ed emozionante come quello di un’intera orchestra.

Inevitabile, per quanto riguarda il concerto sold out di eri sera a Rock in Roma che ha richiamato 35.000 spettatori da tutta Italia, il paragone con l’esibizione di due anni fa, che però resta, per spettacolarità, per scaletta e per impatto emotivo, imbattibile.

C’era grande attesa, all’Ippodromo delle Capannelle, per il ritorno nella capitale del trio di Teignmouth, da sempre molto legato al nostro paese. Basti pensare che il frontman Matt Bellamy è stato fidanzato per dieci anni con una ragazza italiana, la psicologa Gaia Polloni, tanto da trasferirsi alcuni anni a vivere con lei sul lago di Como. La band ha registrato nel 2005 una parte di Black holes and revelation a Milano, presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani. Anche The Resistance del 2009 è parzialmente registrato in Italia, con una suite sinfonica finale nella quale  suonano gli orchestrali della Scala di Milano.

Insomma, i Muse amano l’Italia e il pubblico italiano ama il trio inglese,  che nei concerti del Drones World Tour è accompagnato sul palco dal solo tastierista e polistrumentista Moran Nicholls, anche se l'impressione è che siano in dieci a suonare.

Dopo 20 anni di carriera e 20 milioni di dischi venduti, i Muse hanno mostrato anche nel recente Drones di avere ancora molto da dare e da dire all’alt rock contemporaneo.

“Il mondo è dominato da droni che utilizzano droni per trasformarci tutti in droni -ha sottolineato Matt Bellamy a proposito del concept- Questo album analizza il viaggio di un essere umano, dalla sua perdita di speranza e dal senso di abbandono, all'indottrinamento dal sistema affinché si diventi droni umani, fino alla defezione terminale da parte degli oppressori".

Inevitabile, dato la tematica apocalittica della loro ultima fatica, che il concerto abbia un suono e dei colori più cupi rispetto allo sgargiante tour di The 2nd law, come si può notare, pochi minuti dopo le 22, fin dal filmato introduttivo di Psycho, con il discorso di una sorta di minaccioso Hitler dei giorni nostri.

Il brano, in perfetto stile Muse, viene accolto da grande entusiasmo dal pubblico, che canta a pieni polmoni il ritornello " Your ass belongs to me now”(che potremmo tradurre , in modo edulcorato, “le tue terga ora appartengono a me”).

“Buonasera Roma!", saluta Bellamy, che si mostrerà, nel corso del concerto, meno comunicativo rispetto allo show di due anni fa allo Stadio Olimpico. In compenso, a parlare ci pensa il loro rock elettrificato, specie nella successiva hit Supermassive black hole, uno dei brani più amati del loro repertorio, accolto da un boato assordante. Il frontman, scatenato sul palco e impeccabile nel caratteristico falsetto della canzone, regala nel finale un eccellente assolo di chitarra, distorta ed effettata come da tradizione.

Nella successiva The Handler, estratta da Drones, è evidente la mano del produttore Mutt Lange, per anni al lavoro a fianco degli Ac/Dc, che conferisce un suono più dark del solito, accompagnata da filmati di ispirazione gotica e dalla metronomica potenza della batteria di Dominic Howard, fino al tiratissimo finale in crescendo.

Plug In Baby scatena la festa all’Ippodromo delle Capannelle, che si trasforma in una grande discoteca all’aperto. Matt, da consumato frontman, fa cantare il coro ai 35.000 spettatori, strappando grandi applausi quando suona la chitarra da dietro la schiena, fino all’epica chiusura.

"Ciao ragazze,come state,romani?", urla Bellamy. Anche l’accattivante Dead Inside, caratterizzata da  sonorità fine anni Ottanta e da un clamoroso giro di basso di Chris Wolstenholme, conferma la bontà del progetto Drones, più rock e meno elettronico dei precedenti.

Le tastiere spettrali, la batteria marziale e l’inconfondibile riff di chitarra annunciano il capolavoro Resistance, che nel 2011 si è aggiudicato il Grammy Awards per  Best Rock Album.

Il trio Teignmouth assesta un uno-due micidiale con l’adrenalinica Hysteria, dove i 35.000 dell’Ippodromo delle Capanelle urlano a squarciagola “I want you now, I want you now,I feel my heart implode”. Sui maxischermi scorrono le immagini della band inquadrata dal mirino di una aereo, in effetti il sound dei Muse è perfettamente a fuoco, compatto, preciso e magniloquente, con un omaggio ai Led Zeppelin nel riff di Heartbreaker che, probabilmente, sarà sfuggito agli ascoltatori più giovani.

In Citizen Erased e Apocalypse Please il frontman Matt Bellamy dà un saggio delle sue notevoli doti di pianista.

Siamo quasi alle battute finale del concerto e i Muse calano un poker di hit del calibro di Supremacy, Starlight, Time Is Running Out e Reapers che conferma ancora una volta la singolare capacità del trio inglese di dare vita a un suono modernissimo, eppure caldo e coinvolgente, grazie anche a dei refrain contagiosi, si pensi al coro irresistibile di Time Is Running Out.

Il lancio di palloni gonfiabili neri e di coriandoli sul pubblico chiude in modo spettacolare il concerto dopo un’ora e dieci.

Giusto il tempo di una breve pausa e la band inglese risale sul palco sulle inconfondibili note dubstep di Madness, una canzone che ha diviso in due i loro fan, ma che dal vivo ha un grande tiro.

C’è ancora il tempo per due brani, Mercy e Knights of Cydonia, introdotta quest’ultima dalle malinconiche note di Man with Harmonica di Ennio Morricone e scandita dal coro da stadio “oh oh oh oh” per accompagnare la linea melodica.

La chitarra di Matt Bellamy smette di ruggire dopo un’ora e mezza intensissima, salutata dagli applausi scroscianti degli spettatori.

Il frontman si congeda con un “Grazie mille, Roma" di prammatica, mentre è più caloroso il batterista Dominic Howard: “Grazie ragazzi, vi amiamo”.

Un amore per l’Italia che, da vent’anni, è sempre ricambiato.

Set list

[Drill Sergeant]
• Psycho
• Supermassive Black Hole
• The Handler
• Plug In Baby
• Uprising
(Extended outro)
• Dead Inside
• Interlude
• Hysteria
(Heartbreaker riff + Back In Black riff outro)
• Munich Jam
• Citizen Erased
• Apocalypse Please
• Supremacy
• Starlight
• Time Is Running Out
• Reapers
Encore:
• Madness
• Mercy
• Knights of Cydonia
(Ennio Morricone’s Man with Harmonica intro)

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