I love it: noi svedesi li facciamo meglio (i ritornelli)

Un'hit nata a Stoccolma dopo un party per sole donne

Credits: Ufficio Stampa

Gianni Poglio

-

Quattrocentocinquanta milioni di dischi venduti dal 1977 a oggi. Tanto vale il mercato del pop svedese, un business da esportazione iniziato con gli Abba, proseguito dagli Europe, poi dai Roxette, dai Cardigans e ora dalle Icona Pop, il duo di I love it, un tormentone pop elettronico, diventato la colonna sonora dello spot Samsung Galaxy, ma anche delle serie tv Glee e Girls. «I numeri e la storia ci danno ragione. A Stoccolma e dintorni creiamo ritornelli memorabili, come nessun altro al mondo. Ci dev’essere qualcosa nell’aria o nell’acqua. O, forse, è tutto merito dell’alcol» spiega divertita Aino Jawo, che con la bionda Caroline Hjelt divide la titolarità di uno dei marchi di maggior successo del 2013 (in concerto a Milano il 22 ottobre).

Caso e caos sono le due parole chiave della loro storia. «Ci siamo conosciute a una festa per sole ragazze nel mio appartamento» racconta Caroline. «Aino era devastata dalla fine di una relazione. Quindi vino, balli e delirio per tutta la notte. Al mattino, in pieno hangover, fra cartoni di pizza e bottiglie vuote, ci siamo messe al computer ed è nata I love it». Non meno artigianale la scelta del nome del gruppo: «I miei genitori stavano raccontando a una coppia di amici siciliani che io e Aino avevamo composto un paio di canzoni forti. Quindi stanno per diventare icone pop, è stato il loro commento. Appena ho saputo di questa conversazione mi sono detta: ok, abbiamo il nome della band ed è pure intrigante».

Al boom mondiale del duo hanno contribuito, e non poco, in queste settimane due pop star di prima grandezza: Robin Thicke (il vocalist americano ai vertici delle classifiche con Blurred lines) e Florence Welch dei Florence & The Machine. Entrambi adorano ricantare I love it nei loro concerti. «Ho scoperto» racconta Aino «che una strofa del nostro pezzo è diventata un must fra i colleghi. Parla del rapporto complicato tra un uomo maturo e una ragazza della mia età. Le parole esatte sono: “Sei così dannatamente difficile da accontentare, sei proprio un uomo degli anni Settanta, io invece una povera gallinella dei Novanta”».

Conflitto generazionale o vicende personali? «Più che altro ironia sulla sufficienza con cui certi uomini adulti ti guardano dall’alto in basso. Vogliono la fidanzata di vent’anni più giovane, ma poi la trattano come una decerebrata che non ha mai letto un libro e che passa la giornata a giocare con i tablet. Fino a quando, un giorno, si svegliano e scoprono che la gallinella ha preso la loro roba, l’ha messa in una valigia e l’ha lanciata giù dalle scale. Io l’ho fatto e non mi sono pentita, anzi lo rifarei».

Leggi Panorama on line

© Riproduzione Riservata

Commenti