I Counting Crows conquistano Roma – La recensione

La band californiana ha stregato la Cavea dell’Auditorium con il suo roots rock

Adam Duritz

Adam Duritz – Credits: Getty Images

Gabriele Antonucci

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All’inizio degli anni Novanta il grunge ha segnato l’ultima grande rivoluzione nella musica rock, che da allora non fa altro che ripetere ciclicamente schemi e sonorità già rodate con successo. Mentre i Nirvana  gareggiavano con i Pearl Jeam e con i Soundgarden per la palma di miglior gruppo grunge, in America si facevano largo i Counting Crows, con il recupero del rock più classico, quello di derivazione blues e folk. Merito dei testi e della prodigiosa voce di Adam Duritz, che ha marchiato con il suo inconfondibile timbro due successi epocali come Mr.Jones e Round here.

I Counting Crows hanno passato momenti più o meno felici, ma hanno sempre continuato a produrre album di alto livello, mantenendo nel tempo uno zoccolo duro di fan e al tempo stesso guadagnando nuovo sostenitori grazie alle loro sonorità senza tempo.

Dopo una lunga assenza dai palchi della capitale, il Somewhere Under Wonderland Tour dei Counting Crows ha fatto tappa ieri alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, dove si sono ritrovate due generazioni di fan richiamati dalle sirene del roots rock della band californiana, viscerale e al tempo stesso tecnicamente ineccepibile.

Adam Duritz, con le sue treccine rasta, gli occhiali da intellettuale, il pizzetto e la t-shirt dei Beatles che rivela qualche chilo di troppo, è lontano anni luce dallo stereotipo del frontman bello e dannato alla Robert Plant o alla Mick Jagger, tanto per dire i primi due nomi che ci vengono in mente.

Duritz, oltre ad avere una voce profonda ed espressiva, ha però una teatralità, una comunicativa e una assoluta coerenza tra ciò che canta e quello che è tali da renderlo un unicuum nel panorama del rock contemporaneo, nel quale spesso l’apparenza supera la sostanza.

Ecco perché è tanto amato dai suoi fan, non ultimi quelli italiani che l’hanno accolto con l’affetto di un vecchio amico che non vedi da anni, ma al quale ti bastano pochi minuti per ricreare la magia di un tempo.

I Counting Crows salgono sul palco alle 21.15 e iniziano il concerto con Sullivan Street, eseguita senza troppa convinzione. Sale la temperatura emotiva con la successiva Mrs. Potter's Lullaby, tratta dal loro terzo album This desert life del 1999, fino ai fuochi d’artificio della superhit Mr.Jones, il loro cavallo di battaglia, che fa scattare il pubblico della platea a ballare e a cantare sotto al palco.

Dopo la canzone, la security dell’Auditorium chiede agli spettatori di tornare ai loro posti, i fan più calorosi non ci pensano nemmeno e così, dopo una breve e concitata trattativa, si giunge a un equo compromesso: gli spettatori possono rimanere sotto al palco, purchè seduti.Duritz osserva divertito e si schiera dalla parte dei suoi supporter: “Sono confuso, potete stare qui, ma non rimanere in piedi, é una strana regola. Per me, se volete alzarvi, potete anche farlo”. Come si fa a non voler bene a un cantante così?

Colorblind, dalla colonna sonora di Cruel Intensions, è una ballad prevalentemente voce  e pianoforte di grandissimo pathos, con il verso "I’m ready" che viene ripetuto come un mantra, fino all’ingresso struggente del violino. Applausi scroscianti.

Segue Omaha, un altro picco del loro ampio repertorio dall’album-capolavoro August and everything after del 1993, che rivela, con strumenti inusuali per il rock come mandolino e fisarmonica,  tutta la ricchezza strumentale dei Counting Crows.

Il gruppo di San Francisco incanta nelle cover Like Teenage Gravity di Kasey Anderson, Friend of the Devil dei Grateful Dead cover e Big Yellow Taxi di Joni Mitchell, eseguite nel loro inconfondibile stile roots da sembrare quasi brani scritti dallo stesso Duritz.

Earthquake Drive, A Long December e Rain King sono la perfetta conclusione di un concerto che è via via diventato sempre più coinvolgente ed emozionante, arricchito dalle “chiacchierate” del frontman tra una canzone all’altra.

Particolarmente significativa questa dichiarazione: “Tutto è iniziato nel  1993 e non avevamo idea di come sarebbe stato. Ventidue anni dopo, grazie a voi, siamo ancora qui”.

C’è ancora il tempo per un generoso bis, con l’accattivante Palisades Park dell’ultimo album Somewhere Under Wonderland, la spensierata Hanginaround, la canzone ideale da ascoltare su una cabriolet lungo le coste californiane, fino alla delicata Holiday in Spain, che chiude lo show.

Il pubblico è ormai quasi tutto in piedi e anche quei pochi rimasti seduti si alzano  per tributare ai Counting Crows la meritata standing ovation, dopo quasi due ore di concerto emotivamente coinvolgente e tecnicamente impeccabile, che si chiude sulle note evocative di California Dreamin' dei Mamas and Papas.

“Grazie di cuore, Roma- saluta Duritz- ci rivedremo in primavera”. Non mancheremo.

La scaletta del concerto

Sullivan Street
Mrs. Potter's Lullaby
Mr. Jones
John Appleseed's Lament
Colorblind
Mercy
Omaha
Cover Up the Sun
Hard Candy
Like Teenage Gravity
(Kasey Anderson cover)
When I Dream of Michelangelo
Friend of the Devil
(Grateful Dead cover)
Big Yellow Taxi
(Joni Mitchell cover)
Earthquake Driver
A Long December
Rain King
Encore:
Palisades Park
Hanginaround
Holiday in Spain

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