Gianni Poglio

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«Le rockstar non muoiono mai, al massimo svaniscono». Coglie esattamente il punto Sting quando intona queste parole (Rockstars don’t even die, they only fade away) nel brano 50.000. Da sempre, le grandi icone della musica “sopravvivono” alla loro fine proprio in quanto icone. A Londra, David Bowie è ovunque, così come Minneapolis è tutta un omaggio a Prince. E poi ci sono le canzoni immortali, i ricordi indelebili dei concerti e le fotografie, quelle che fermano un istante e lo proiettano nell’eternità. Molti di questi scatti depositati nell’immaginario collettivo portano la firma del fotografo e giornalista musicale Guido Harari che, fino al 26 agosto, ne espone un centinaio alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia (Wall of sound è il titolo dell’esposizione e del libro-catalogo che raccoglie le fotografie). Da Luciano Pavarotti ai pirotecnici Kiss, da Frank Zappa nella sua casa di Los Angeles a Fabrizio De Andre, febbricitante e infreddolito, sdraiato sul pavimento del backstage di un palasport davanti a un termosifone. 

«Seguivo lo storico tour di De André con la PFM andata in scena alla fine degli anni Settanta» racconta Harari a Panorama. «Per me era l’occasione irripetibile di fare un reportage all’americana: in viaggio con un grande cantautore e una grande rock band. Un’illusione che crollò quando mi resi conto che Fabrizio viaggiava da solo, si presentava nel tardo pomeriggio per fare le prove e poi spariva subito dopo il concerto. Quel giorno, a Bologna, girando per i camerini, me lo trovai davanti addormentato per terra. Non stava bene e cercava il conforto di un po’ di calore. I backstage di quei tempi non erano certo quelli di oggi, climatizzati e con tutti i comfort: c’era solo il Palasport nudo e crudo nella sua dimensione “lunare” con l’illuminazione glaciale dei neon. In quel periodo succedeva di tutto. A Novara, sempre durante il tour De André-PFM, un gruppo di contestatori mandò in frantumi le vetrate del palasport  a colpi di palle di neve durante lo spettacolo». 

Iconiche e consegnate ai posteri sono disolito le immagini degli artisti che si mettono a disposizione dell’obiettivo con tutta la loro fisicità, ma, a volte, non sono meno affascinanti gli scatti in cui il soggetto del ritratto si sottrae. In tutto o in parte. Come fece Ennio Morricone nella sua casa romana. «Si era messo in posa cortesemente ma visibilmente contrariato per aver accettato di farlo. A un certo punto mi disse: “Guardi ce l’ho io l’idea a per fare una foto senza essere completamente presente”. Propose di nascondersi dietro una porta mostrando solo i suoi occhiali, inconfondibili come quelli di Lina Wertmuller, e uno spartito. E così fu. Dopo qualche istante iniziò a dire “Allora ha finito?”. Io rimasi in silenzio. Una manciata di secondi e tornò alla carica: “Ma quindi sta scattando ancora?”. Silenzio totale da parte mia. Fino a quando, spazientito, fece spuntare la testa da dietro la porta e io lo immortalai senza i leggendari occhiali» racconta Harari. 

A Lambrate, periferia Est di Milano, c’è Noah Guitars, uno studio-laboratorio dove si creano chitarre speciali dal sound unico. Tra quelle mura, Harari ha immortalato Lou Reed, il poeta di New York, l’uomo che con i Velvet Underground ha raccontato, meglio di chiunque altro, la dark side della Grande Mela in un disco epico (The Velvet Underground & Nico) prodotto da Andy Warhol. «Volle incontrare di persona a Milano le persone che realizzavano quelle chitarre in alluminio di cui si era innamorato. Era così entusiasta che abbracciò il tecnico e baciò la chitarra. Poi, si mise a suonare un po’ di blues. Aveva una risata sinistra e non gli piaceva che l’interazione con gli altri interferisse con i suoi pensieri.  Era anche un grande appassionato di fotografia: quando acquistava una nuova macchina, scartava la confezione con l’impazienza di un bambino a Natale e pretendeva di farla funzionare senza nemmeno sfogliare il libretto d’istruzioni. Una volta gli consigliai di consultare il manuale, ma non ne volle sapere: “No, deve funzionare e basta” Lou poteva essere adorabile ma anche pestifero, al limite della maleducazione». Di un artista così introverso e complesso è bello però ricordare il sorriso emozionato e il bacio inviato con un gesto della mani a Luciano Pavarotti alla fine di Perfect Day, la canzone che i due interpretarono insieme sul palco del Pavarotti & Friends nel 2002. 

«Pavarotti l’ho immortalato a casa sua nei dintorni di Pesaro per una rivista americana» ricorda Harari. «Era reduce da un intervento all’anca e nei tempi morti tra uno scatto e l’altro andava a sedersi in salotto per guardare una fiction. Posizionai l’obiettivo davanti a lui mentre guardava la televisione, e a un certo punto mi accorsi che stava per sbadigliare. Attesi il momento di massima apertura della bocca e scattai. Lui non disse niente. Per anni ho tenuto questa immagine nascosta perché mi sembrava troppo informale. Poi, riguardandola, ho capito che in realtà era una foto eccezionale. Sembra un Do di petto e invece è uno sbadiglio» spiega prima di addentrarsi nei retroscena di una delle sue fotografie più iconiche, quella di Tom Waits a Parigi.

«Ero lì per assistere allo shooting di un fotografo francese. Durante il cambio della pellicola, Waits strappo il fondale e iniziò a giocarci come se fosse un mantello correndo all’impazzata in un cortile. Visto che il collega era fuori gioco, iniziai a scattare e immortalai quel minuto di follia. Feci anche una discreta gaffe regalando a Waits una bottiglia di ottima grappa: proprio in quelle settimane aveva smesso di bere. Poco dopo, mi avvicinai per pulirgli il retro della giacca che aveva sporcato appoggiandosi ad un muro. Mentre lo spazzolavo con la mano mi disse: “Smettila, ci ho messo un bel po’ per farla diventare così”». La calda atmosfera del concerto è invece quel che caratterizza un’altro scatto cult di Harari, ovvero Peter Gabriel che si lascia cadere sulla folla dal palco durante uno show all’Arena di Verona. «La sua missione era rompere le barriere tra artista e pubblico, cercava il contatto fisico con i fan. L’unico inconveniente era che spesso, durante questo surf sulla folla, gli strappavano i vestiti di dosso e così ritornava in scena seminudo». 

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