Gli Spandau Ballet conquistano Roma - La recensione

Tutto esaurito alla Cavea dell’Auditorium per la convincente esibizione del quintetto inglese

Spandau Ballet

Spandau Ballet – Credits: Ufficio stampa Venti e Dieci

Gabriele Antonucci

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I luoghi comuni sono sempre i più affollati e uno dei luoghi comuni più errati della critica musicale è che gli anni Ottanta siano completamente da buttare.

Forse ci si dimentica che in quel periodo si sono affermate band come U2, The Cure, The Smiths, R.E.M, New Order e Talking Heads o che hanno raggiunto il loro apice stelle della musica black quali Michael Jackson e Prince.

Anche le cosiddette boy band di quegli anni, come i Duran Duran e gli Spandau Ballet, sono state in grado di scrivere canzoni indimenticabili, pensiamo ad esempio a Save a prayer e a Through the barricades, che oggi farebbero la fortuna dei loro imberbi epigoni.  Segno che, oltre alla forma, c’era anche tanta sostanza e che il pop non è una parolaccia, qualora venga declinato con gusto, sensibilità e qualità.

I punti di forza della band inglese sono da sempre la potente voce di Tony Hadley e i brani composti dal chitarrista Gary Kemp, un dualismo non sempre facile che ha portato alla rottura della band nel 1989 per screzi legali relativi ai diritti delle canzoni.

Nel 2009 la clamorosa reunion, sugellata da un tour mondiale all’insegna del sold out e dalla pubblicazione di Once More, una raccolta di successi riarrangiati in chiave acustica, oltre a due nuove canzoni, la title track e Love is all.

Gli ultimi dodici mesi sono stati trionfali per gli Spans, con l’acclamato docufilm Soul Boys Of The Western World, la raccolta The Very Best of Spandau Ballet: The Story con tre brani inediti e un nuovo tour mondiale.

Nessuna operazione nostalgia, ma un clima festoso ha caratterizzato l’esibizione della band inglese alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, dove si faticava a trovare un posto libero.

Gli Spandau Ballet tornavano nella capitale quattro mesi dopo il concerto primaverile al PalaLottomatica, ma è evidente che la location e l’acustica della struttura ideata da Renzo Piano  siano più accattivanti rispetto a quelle del palazzetto dello sport dell’Eur.

Il gong suona alle 21.15, con il recente singolo Soul boy scritto per il docu-film Soul Boys Of The Western World, inserito nell’ultima raccolta The Very Best of Spandau Ballet: The Story.

La prima scarica di adrenalina la dà Higly strung, il primo successo degli anni Ottanta, cui segue Only when you leave, nel quale abbiamo potuto apprezzare l’estensione vocale di Tony Hadley, sempre più a suo agio nei panni del crooner, e l’assolo di sax di Steve Norman, ricco di pathos e di intensità, un vero tuffo al cuore per le numerose fan del biondo  polistrumentista.

Si abbassano le luci per la power ballad How many lies, che cresce di ritmo e di intensità nel finale.

Un autentico boato accoglie le prime note di tastiera di Round and Round, di cui resta indimenticabile il delicato video in bianco e nero ambientato in una scuola elementare, fino alla scena clou della recita scolastica.

Gli Spandau sorridono, salutano, gigioneggiano, insomma fanno di tutto per compiacere il loro affezionato pubblico, senza perdere mai di vista il sound, compatto e preciso.

Spazio ai nuovi singoli This is the love, che ha un bel tiro, e Steal, un midtempo che risulta un po’ datato nelle sonorità.

“La nostra avventura in Italia è iniziata con il successo di I’ll fly for you –sottolinea un sudatissimo Hadley- ma c’è stato un periodo, all’inizio degli anni Ottanta, che suonavamo al Blitz di Londra una musica diversa. Grazie,Steve Strange(cantante dei Visage, da poco scomparso n.d.r.) per aver creduto in noi, riposa in pace!”.

Inizia così il medley dedicato alle sonorità electropop delle origini, con brani ancora oggi freschi e godibilissismi come Reformation, Mandolin, Confused e The Freeze dove sono grandi protagonisti il basso di Martin Kemp e la batteria di John Keeble.

Una parentesi danzereccia che ha il suo culmine nell’irresistibile To cut a long story short, da molti considerato il capolavoro del periodo Blitz degli Spans.

Ritmi più blandi nelle successive Raw e Glow, che scorrono via senza troppi sussulti, mentre convince la ballad Empty spaces, dove Hadley è accompagnato solo dalla dodici corde di Gary Kemp e dagli smartphone illuminati degli oltre 3.000 spettatori della Cavea.

Spazio a Once more, scritta nel 2009 in occasione dell’insperata reunion del gruppo, e alla hit I’ll fly for you, introdotta da un languido sax dal sapore quasi jazzato, una dichiarazione d’amore che qualsiasi donna vorrebbe sentirsi dedicare.

Alla fine del brano il frontman si ritira un attimo dietro le quinte e torna con una Corona  in una mano e un Jack Daniel’s nell’altra. Hadley presenta in modo referenziato tutti i musicisti, accolti ciascuno da un boato, prima di intraprendere il rush finale con un poker di brani di grande successo: Instinction, Communication, Lifeline e True. Quest’ultima, ispirata alle sonorità suadenti di Marvin Gaye  che è citato anche nel testo, viene cantata in coro da tutta la Cavea dell’Auditorium, in un momento di grande coinvolgimento emotivo.

La band esce per riprendere fiato, giusto il tempo di una breve pausa. Nel bis non possono mancare l’intensa ballad Through the barricades, ispirata da una tormentata storia d’amore tra una  ragazza e un ragazzo di religione opposta nell'Irlanda del Nord, e la trascinante Gold, con il suo refrain contagioso, un vero e proprio concentrato di autostima a presa rapida: “Oro/Credi sempre nella tua anima/Hai ottenuto il potere di sapere che sei indistruttibile/Credici sempre perché tu sei oro”.

Dopo due ore gli Spandau Ballet, stremati ma sorridenti, salutano il pubblico e stringono centinaia di mani. Il concerto è stato una piacevole conferma del ritrovato affiatamento del quintetto, sia sopra che fuori dal palco, e del fatto che le belle canzoni non invecchiano mai.

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