Francesco Grillo: stavolta suono quello che sento

Il pianista e compositore milanese propone il suo terzo album di inediti. Un mix di tradizione e modernità.

Francesco Grillo – Credits: Getty Images

Alberto Rivaroli

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L'immenso Enzo Jannacci li definiva «quelli che cantano dentro nei dischi perché c'hanno i figli da mantenere». Quello sberleffo alla musica di consumo è rimasto storico, e ancora fa tremare i polsi a chi usa le note essenzialmente per mettere insieme il pranzo con la cena. L'inutilità banale di certe espressioni musicali rende ancora più gradito il percorso di un artista come Francesco Grillo, che quando incide un album lo fa solo per un motivo: perché sente di avere qualcosa da dire. Con il suo terzo cd, Frame (appena uscito per Sony Classical), il pianista milanese propone 14 composizioni inedite che mescolano tradizione e modernità, dando corpo con credibilità e la solita impeccabile qualità stilistica ai suoi stati d'animo.

Grillo, ci presenti il suo nuovo cd.

«Il disco contiene brani recenti, alcuni addirittura scritti pochi giorni prima di entrare in sala di registrazione. È nato con naturalezza, dall'esigenza di esprimere qualcosa che sentivo dentro di me, come se fosse venuto il momento di fare qualcosa di soltanto mio. È un album che riflette con sincerità il mio stile, e brano per brano rispecchia il mio modo di essere».

Insomma, è il suo lavoro più personale.

«Direi di sì. Il mio primo cd, Highball (uscito nel 2011, ndr), conteneva tre duetti con il mio grande amico Stefano Bollani, mentre nel secondo (Otto, 2012) ho collaborato tra l'altro con Enrico Rava e Nico Gori. Stavolta, invece, mi metto in gioco da solo, e spero che al pubblico arrivi la mia emozione, la sincerità, quasi l'urgenza di condividere i miei sentimenti».

Lei ha una formazione classica, ha studiato al Conservatorio di Milano e ha svolto un'intensa attività di concertista in molti paesi del mondo. Quando è emersa la sua vena di compositore?

«L'idea di scrivere musica mi ha sempre affascinato, fin da piccolo. È bellissima la sensazione di avere qualcosa da dire, e quando poi riesci davvero a dare forma alle tue intuizioni l'intensità cresce. Comporre un brano, in fondo, è come ascoltare per la prima volta quello di un altro artista, solo che ovviamente sei molto più coinvolto».

Poi, però, servono anche la competenza tecnica e la concentrazione.

«Assolutamente sì. Comporre è come un salto nel buio, affascina ma spaventa anche un po'. Conoscere l'armonia e possedere la tecnica pianistica è fondamentale: all'inizio il processo è faticoso, ma poi le note vengono da sole, e bisogna lasciarle affiorare senza farsi troppi problemi. E poi non bisogna mai dimenticare che l'arte chiede anche forza fisica: il pianoforte va domato, e non è facile, mi creda».

Lei prima ha ricordato la collaborazione con Stefano Bollani.

«Un po' mi imbarazza parlare di una persona che, al di là del grandisismo talento, è per me soprattutto un amico. Il mondo della musica secondo me gli deve molto, perché sa calarsi in ogni contesto con naturalezza: il suo programma televisivo (Sostiene Bollani, su Raitre, ndr) ha portato finalmente in tv l'arte e la cultura in una forma accessibile a tutti».

Il che francamente non è male.

«Credo che un certo abbassamento culturale nella nostra società sia innegabile, ma non è colpa della gente se la musica, che è un meraviglioso patrimonio di tutti, trova poi così poco spazio nella vita sociale quotidiana».

Lei ha una grande passione per il jazz. Come cambiano le sensazioni di un pianista classico quando affronta un repertorio completamente diverso?

«I generi musicali sono come le lingue straniere: la diversità non riguarda solo i suoni, la la cultura e il modo di vivere che ci stanno dietro. Insomma, per tornare alla musica, il mondo di Chopin è diversissimo da quello di Duke Ellington: come potrebbero essere simili le loro composizioni. Chi si ricorda questo, non ha nessun problema quando si siede davanti alla tastiera».

 
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