Gianni Poglio

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"Ricantare e risuonare le canzoni di mio padre è stato l'inizio di tutto. Nel 2009, in giro per l'Italia, non c'era quasi nessuno, nemmeno una vera e propria tribute band, che si esibisse con il suo repertorio: la ragione principale era la sua vocalità, troppo difficile da riprodurre. Non per me che avevo la genetica dalla mia parte. A quel punto, io e mio fratello ci siamo detti: se non lo facciamo noi un omaggio a papà, chi altri può farlo?" racconta Filippo Graziani, figlio di Ivan, uno dei cantautori più originali ed ispirati degli anni Settanta ed Ottanta. Quel tour-tributo fu un successo e fece capire a Graziani junior quanto le canzoni del padre fossero conosciute ed amate da un pubblico trasversale, anche per età anagrafica. «In effetti, nemmeno io potevo immaginare quanta gente, giovani compresi, non vedesse l'ora di riascoltare brani come Lugano addio o Monna Lisa. Quello è stato il primo vero spettacolo professionale della mia carriera, reso possibile grazie al contributo del grande regista Pepi Morgia» racconta a pochi giorni dall'uscita del nuovo disco, Sala Giochi.

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C'è qualcosa di autobiografico nella scelta del titolo dell'album?

Sì, la sala giochi è un'istantanea della mia adolescenza. Sono cresciuto a cavallo tra i due millenni, in un periodo in cui quelle sale erano un punto di riferimento per chi come me che viveva in un piccolo paese. Ho ancora nelle orecchie i suoni sintetici ed elettronici che facevano da colonna sonora ai videogiochi come Mario Bros e ai miei pomeriggi. Era un modo di divertirsi insieme ad altri ragazzi, non si stava chiusi in casa davanti a uno smartphone con tanti amici virtuali.

Quelle leggendarie colonne sonore dei videogame sono state una fonte di ispirazione per le nuove canzoni?

Assolutamente sì. La copertina è un chiaro riferimento alla generazione che è cresciuta con i giochi Arkanoid. I suoni delle tastiere e delle batterie elettroniche, per esempio, rimandano all’immaginario dei videogame Arcade degli anni Ottanta. Sì, le nuove canzoni sono nate partendo proprio dal sapore elettronico di quel sound.

Lei si sente un cantautore?

Mi sento un cantautore di questo tempo: il concetto di canzone d'autore si è molto ampliato negli ultimi anni. Anche un rapper che interpreta le canzoni che scrive è tecnicamente un cantautore.

Tra i grandi fan della musica di suo padre c'è da sempre Renato Zero. Gli ha chiesto qualche consiglio prima di entrare in studio di registrazione?

Innanzitutto, Renato è un amico di famiglia che ha un ottimo rapporto con tutti noi e in particolare con mia madre. Ovviamente, non mi sono fatto mancare l'occasione di fargli ascoltare la mia musica. Una volta, gli sottoposi un brano che aveva una parte corale importante e delle percussioni ripetute nel corso della canzone. La sua reazione fu: bello, ma che hai fatto? Hai sequestrato un'intera tribù di pellerossa? Renato è Renato, non c'è nessuno come lui. Insieme a mio padre incise un pezzo cult con un titolo ancora più cult: La Nutella di tua sorella. A questo proposito: la mia prima band si chiamava Stoner-Rock Carnera. Suonavamo musica pesante e io facevo di tutto per non pubblicizzare di chi fossi figlio. Eppure, durante i concerti, mi chiedevano di suonare La Nutella di tua sorella. Questi episodi mi fecero capire che non mi sarei mai liberato dall'eredità di mio padre e decisi di accettare serenamente il mio destino.

Lei ha fatto la gavetta?

Sì, quella classica: chitarra in spalla e via a suonare in club per venti euro e una pizza. Ovviamente, se sei figlio d'arte, nessuno ti crede quando racconti queste cose. Molti pensano che per i “figli di” ci siano solo porte spalancate. In realtà, sono quasi tutte porte chiuse. Mio fratello Tommaso è un batterista professionista che va in tour con artisti importanti, ma nessuno gli ha mai fatto sconti. Suona tanto perché è bravo. Punto.

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