Fabri Fibra, 'Guerra e Pace', l'intervista

32 minuti e 12 secondi di chiacchierata. Ecco tutto quello che c'è da sapere sul nuovo album in uscita il 5 febbraio. 10 mila battute, tutte dalla diretta voce del rapper più amato in Italia

Alessandro Alicandri

-

Abbiamo incontrato, faccia a faccia, Fabri Fibra. Abbiamo ascoltato «Guerra e Pace» già una decina di volte, in anteprima digitale super blindata. Ci riteniamo molto fortunati, per questo cercheremo di ripagare la fortuna ricevuta, restituendola in un'intervista ricca di contenuti.

Il 5 febbraio 2013 sarà a disposizione di tutti voi ascoltatori quest'album e crediamo non ci siano parole ulteriori da sprecare se non leggere la nostra conversazione con lui di 32 minuti e 12 secondi. Un maglione nero, un jeans, 20 tracce in tasca (da urlo, vi stupirà) e tantissimo da dire.

Ci ha spiegato tutto quello che c'è da sapere sul nuovo album, sul singolo «Pronti, partenza, via!» e il videoclip, in attesa del primo febbraio, giorno in cui arriverà il secondo singolo ufficiale «Guerra e Pace».

Quando hai cominciato la registrazione del nuovo album?
"Ho cercato per un anno e mezzo le basi, sono andato negli Stati Uniti. Non è bello come può sembrare, è stato un processo lungo e faticoso. Siamo poi andati in Francia, qualcosa è arrivato anche dall'Inghilterra. Avevo una quarantina di musiche che poi ho scremato con Michele Canova perché fossero tutte coordinate per stare nello stesso disco".

E la scrittura, le voci?
"Ho fatto tutto in pochissimo tempo. A gennaio 2012 con tutti i pezzi pronti ho passato tre mesi a scrivere i testi e tre settimane di studio per registrarlo da maggio 2012. L'ho chiuso a tutti gli effetti da poco. È l'ultimo disco major che farò in uno studio non mio, il mio personale è quasi concluso".

È difficile lavorare in uno studio di registrazione esterno?
"Il problema di questa modalità di lavoro è che se alle sei del pomeriggio dell'ultimo giorno non hai chiuso, vai a casa. È uno stress inimmaginabile per una persona che parte dalla cameretta a registrare le voci alle quattro di notte. È un modo molto major di fare i dischi. Dal prossimo vorrei i musicisti da me. E lavorare ancora più a modo mio".

Com'è il tuo modo di scrivere e fare musica oggi?
"Sono uno che lavora molto di notte. Passo il giorno a guardare la gente e appena vanno tutti a dormire, scrivo. Adesso per Guerra e Pace ho deciso di non mettere nemmeno una parola in inglese perché ci tengo che tutti capiscano tutto. Ogni disco è un'occasione che non va sprecata. È dal 2001 quando lavoravo in fabbrica che cerco questo risultato".

Qual è l'obiettivo finale raggiunto?
"Riuscire a fare un album hip hop mainstream il più facile da comprendere anche per chi non ascolta il rap italiano. Siamo in Italia, un paese che mescola poco le culture e fa fatica a accettare persone e generi musicali diversi. Molti rapper tendono a italianizzare e alla fine la fusione tra Italia è America è più che altro nel look".

Il rap in Italia, oggi come può essere visto in un'ottica generale?
"Come un genere che è sempre più ascoltato dai giovani, ma che spesso diventa più una questione ludica che di musica. Io ho 37 anni, non posso sempre accontentarmi di avere solo le ragazzine ai concerti, che sono importanti ma vorrei alzare il tiro. Mi dispiaccio quando dicono che il rap è una faccenda per adolescenti. Ho cercato e trovato un taglio più maturo, nel linguaggio e nella musica, forse un po' meno commerciale del passato ma più significativo".

Come mai piace così tanto il rap oggi?
"Ci sono due motivi. Perché quello che facciamo noi rapper è maturato e anche perché quello che fanno altri generi musicali ha smesso di essere interessante. È curioso che poi a questa tendenza corrispondano pochi programmi radiofonici, poche riviste che ne parlano. Il rap non è un gioco, non va delegittimato".

C'è chi se ne sta approfittando?
"C'è questa possibilità, anche dentro il rap. Soprattutto quando ci si dimentica del percorso che si è già fatto e di chi sono le responsabilità e i meriti. Sono certo che tanti ragazzi se non fosse nato "Applausi per Fibra" e "Tranne te", oggi non farebbero rap. In un mondo dove la cultura dominante tende a dirti che se non fai certe cose sei uno sfigato, ho fatto capire che il rap deve dimostrare l'esatto contrario".

Hai mostrato un volto più concreto.
"Esatto, quello che in alcune realtà dove la noia è il peggior vizio prima dell'alcol e della droga, questo genere rappresenta un'alternativa allo spegnersi e stare a casa. Ognuno fa la sua musica, è sul palco che ci si ritrova poi, ma  chi fa male al rap troverà ciò che lascia. Non bisogna farsi schiacciare dall'entusiasmo dello stare nel mainstream".

A cosa interessa a questi volti del rap?
"Andare in tv, perché così gli amici e i genitori smettono di romperti i coglioni. Io a 17 anni ho fatto il mio primo live e sono passati 20 anni da quel momento. Sai quanta gente ho incontrato? Sai quanti ne sono rimasti? Pochissimi, sono arrivato da solo. Volevano andare tutti in tv perché pensavano che quella fosse la conferma. È solo una conferma per il genere che rappresenti, non per te. Il rap è qui in italia perché deve restare, non deve solo incuriosire".

Sembra che ormai spuntino come funghi rapper o artisti crossover che echeggiano a quel mondo.
"Ci sono tanti nomi nuovi e un sacco di ritorni tutti in un momento favorevole. Ma cosa hanno combinato in molti nei 10 anni di buco in cui il rap non lo ascoltava quasi nessuno in Italia? Non hanno fatto niente".

Hai regalato «Casus Belli» poi un mixtape sul web. Non pensi sia nocivo "donare" così tanto?
"In America lo fanno da tempo ed è una cosa che funziona. Infatti molte delle mie scoperte di rap americano vengono proprio dai download gratuiti. Il panorama musicale italiano una volta aveva pochi emersi e il resto erano sommersi. Oggi con il web non ci sono solo i professionisti, ma anche gli amatori, chi ci prova, chi ci vuole riuscire. Come si cattura l'attenzione dell'ascoltatore allora?"

Attirando l'attenzione con la musica.
"Esatto. È il modo migliore per andare incontro a Internet e anche in controtendenza a un giornalismo che tende a parlare e ricordare la tua carriera solo in base all'ultima cosa che hai fatto. Ecco perché ho messo fuori 'Rima dopo Rima', così faccio io tutto quel lavoro che andrebbe fatto, credo, dai mezzi di comunicazione di massa".

Cosa rappresenta Elisa in Italia, perché l'hai scelta per il disco?
"Negli anni molti hanno ascoltato la mia musica, anche artisti di cui ho forte stima: dalla Nannini a Zampaglione fino a Neffa. Questi sono solo alcuni di quei nomi che negli anni '90 ritenevo artisti credibili. Appaiono quando hanno un progetto tra le mani e spariscono quando ne vanno a preparare un altro".

Gli altri cosa fanno?
"Fanno il disco, poi fanno il film, poi fanno la comparsata, poi fanno il giudice di X Factor. E un nuovo disco? Forse quando qualcuno glielo chiederà. Elisa è il tipo di persona che si presenta quando ha qualcosa da dire altrimenti vive la sua vita. Su Radio Italia ho visto un suo concerto da poco, era vestita di bianco, mi sentivo fortunato di aver trovato per coincidenza quel live. È così importante Elisa che non è lei a seguire il mercato, ma è il mercato a inseguirla e a chiederle di tornare".

Molti dicono che "Pronti, partenza, via", il videoclip, è un inno alla massoneria.
"Io ho sempre sentito dire che in Italia la politica è lontana dalla gente e dalla realtà. Tanta gente, allo stesso modo, è lontana politica e dalla realtà se pensa che due simboli massonici mi fanno diventare massone. Si è talmente lontani dal vero che è il segnale che ti fa capire come mai siamo messi così nel nostro Paese. Quando ho fatto il video l'ultima cosa che potevamo immaginare con il team è che la gente potesse pensare al satanismo o ad altro. Cosa dovrebbe pensare allora Mario Monti?"

E come va con gli anti fan?
"Certa gente, invece di parlare di musica, basa le proprie critiche sul fatto che mi vede ingrassato, con la barba, vestito male, con i capelli grigi. Sembra l'espressione di una madre, magari la loro, che continua a addossargli colpe con una frustrazione che loro riversano poi sui social network e su di me. Da una parte mi consola il fatto che il loro disagio non farà altro che avvicinarli alla mia musica. In questo modo continueranno ad ascoltarmi perché in giro non c'è altro che li scaldi così tanto".

È vero che devi farti il mazzo dieci volte di più di qualsiasi altro artista molto noto?
"Devo far vedere che non è vero che mi faccio il mazzo, però. Pur non sentendomi un top artist, presento un prodotto e un'organizzazione da top artist pur non avendo gli stessi mezzi. Facciamo tutto in modo molto semplice, tra di noi, ma non lo do a vedere e così non deve sembrare. È una matrioska dentro la matrioska. Quindi quando mi chiedono se sono un top artist, anche se non lo sono, io dico di sì anche se non è vero ma devo farlo sembrare. Non so se il ragionamento è abbastanza chiaro, sono tre bugie in una.

Sì, ma vendi tanto rispetto alle cifre medie di un disco major, specie se parliamo di rap.
"Nonostante la grande ondata di tendenza del rap, nessuno in Italia è riuscito a compararsi alle vendite di un mio disco, nemmeno lontanamente. Questo risultato si ottiene lavorando 365 giorni l'anno, 24 ore su 24, sette giorni su sette. Vivo malissimo, ho orari sballati, vivo da solo, mangio male, a volte non faccio entrare certa gente in casa perché ho paura che mi rubino i testi. La mia vita pubblica è buttare fuori i dischi, la mia vita privata è un disastro".

È un po' il prezzo della celebrità.
"Certo, ma il problema è che tutti pensano che se sei famoso sei stato scelto da un'entità superiore e hai un po' della tua fama da distribuire a tutti. E invece è un lavoro che se funziona bene ti fotte la vita e a volte vorrei essere lasciato un po' in pace, mi capita di dire "fate i normali" a chi vive e lavora vicino casa mia, ma non lo capiscono. Quando mi si conosce dal vivo sono molto diverso da quell'alone di mistero che il rap, negli anni, ha generato su di me".

© Riproduzione Riservata

Commenti