Musica

Fabio Rovazzi: "Che noia quelli che odiano in rete per invidia..."

Gli hater, il cinema, la tv (sarà in Don Matteo) e quelle cene con i famosi che diventano occasioni di lavoro

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Gianni Poglio

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“Io non mi riposo mai, anche quando sono un in mezzo al mare ai Caraibi rispondo a chiamate di lavoro”: è la una di notte a Los Angeles quando ci mettiamo in contatto con Fabio Rovazzi, alle prese con il più classico dei torcicollo da aria condizionata a stelle e strisce. 

Un artista, un comunicatore abile e decifrare il linguaggio di questo tempo, che riesce a tenere insieme il pubblico teen e quello adulto, un attore, un regista, un imprenditore di successo (ha fondato una sua società di produzione, la Raw srl), oltre che volto e voce dei più brand più importanti, da Fiat a Wind, da Tre a Netflix. Cinque singoli e tredici dischi di platino, questo è il suo curriculum da artista. Esattamente quello che non succede alle meteore della musica. L’ultima canzone è uscita a inizio agosto, si chiama Senza pensieri, non è un tormentone per l’estate e nemmeno una canzonetta scacciapensieri, ma il clip è a quota 5 milioni di views e vede coinvolti Loredana Bertè, Enrico Mentana, Fabio Fazio, Terence Hill, J-Ax, Max Biaggi, Paolo Bonolis e, in un un cameo, la fidanzata Karen Kokeshi, una youtuber recentemente bullizzata dagli hater su social.

“Evidentemente non vi rendete conto della bassezza che avete raggiunto” ha scritto replicando a che aveva messo nel mirino Karen…

Di solito non rispondo a questo tipo di attacchi, ma Karen ha poca confidenza con il mondo degli hater, così mi sono messo in mezzo per cercare di risolvere le cose. Chi si approccia al web ingenuamente rischia di trovarsi sommerso da un mare di odio che è figlio di frustrazione ed invidia, un odio che arriva da persone che fino a quindici anni fa non avrebbero avuto diritto di parola. Umberto Eco sosteneva che il web ha dato voce anche all’ultimo ubriacone del bar che prima non veniva nemmeno preso in considerazione. Ed è vero. Chi odia in rete lo fa per andare in ‘top comment’, per arrivare primo nei commenti con più like. 

Lei ha sempre difeso la rete anche nelle sue parti più “deep” ed oscure. Ha cambiato idea?

Una volta il web era una sana competizione tra chi aveva le idee più innovative ed intelligenti. Adesso è una giungla dove chiunque, senza avere alcun tipo di talento, cerca un momento di visibilità. Si gioca pesantemente al ribasso… 

Un punto di non ritorno?

Si è persa completamente la dignità, ormai qualunque ragazzino ha in mano un mezzo attraverso cui può riversare odio pensando di farla franca, di non essere visto. Gli hater mi ricordano quelli che si scaccolano in macchina credendo che nessuno intorno a loro se ne accorga. Tutto per un like. Commercialmente parlando, le aziende si stanno rendendo conto che il numero dei like conta sempre meno. Ci sono sconosciuti che hanno duecentomila like, ma poi quando sponsorizzano un prodotto vendono a malapena dieci t-shirt. Io uso Instagram e faccio 50 mila like, che sono pochi, però sono testimonial dei maggiori brand italiani. Quindi, qualcosa non torna. 

Da outsider che cantava di trattori in tangenziale a personaggio del jet set . Come si trova da famoso tra famosi? 

Non è il fatto di andare a cena con… Da quegli incontri possono nascere idee, collaborazioni, magari anche qualcosa di importante. Quelle che possono essere viste come semplici pubbliche relazioni io le considero amicizie che nascono e si rafforzano nel tempo. Adoro avere uno scambio: nel contesto artistico succede sempre di meno, un po’ per egocentrismo, un po’ per isolamento da social. Ho contattato Gianni Morandi per un featuring in una canzone, ma poi siamo diventati amici, sono andato a dormire a casa sua un paio di volte. Ci sentiamo spesso: mi regala aneddoti straordinari sulla sua carriera, io gli espongo le mie opinioni sul futuro della musica e non solo. Idem con Massimo Boldi. Ieri sera ho cenato con Tiziano Ferro, Emma Marrone e Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti.  Con Enrico Mentana sono andato a cena un paio d’anni fa e poi da quella sera abbiamo iniziato a scriverci regolarmente. Loredana Bertè l’ho conosciuta ad Amici, e fin da subito ho capito che mi stimava: ‘quando hai il pezzo giusto chiamami perché io ti ammiro molto’. Non ci ho pensato due volte e l’ho coinvolta in Senza pensieri.

A 18 anni e un minuto è andato vivere da solo: è stata quella la scelta che le ha cambiato la vita?

Ero un teenager che si ribellava, ma poi ho trovato la mia strada, ho capito che i video erano la mia passione. Mia madre era molto perplessa perché non pensava che realizzare dei video potesse diventare un lavoro. E aveva ragione, anche perché al novantanove per cento delle persone che si occupano di clip non capita quel che è successo a me. Quindi non me la sento di consigliare la mia scelta a nessuno. Giustamente, mia madre riteneva che avessi fatto una scelta avventata. Ma, d’altra parte, soltanto un genitore sciatto avrebbe potuto dire: ok, va bene così prendi le tue cose e vai.

Cinque canzoni dal 2016 ad oggi: una scelta di marketing o un’esigenza artistica?

Non esco con un pezzo al mese perché mi interessa lavorare con cura su brani che abbiano più strati di lettura.  Cerco un equilibrio complesso: per i più giovani Senza pensieri può essere semplicemente un pezzo da ballare a Mykonos, mentre il pubblico più adulto può cogliere gli altri significati tra le righe. Per esempio il riferimento al fatto che siamo sottoposti ogni giorno a migliaia di informazioni e sollecitazioni. Un bombardamento che alla fine annulla la memoria. Tutto passa e nulla resta. Nella mia immaginazione c’è un futuro del mondo diviso in due classi. Quella servita e quella servile che lavora per consegnare qualsiasi cosa nelle case di chi non ha alcuna intenzione di compiere un’azione motoria.

Il ruolo da protagonista nel film Il vegetale di Gennaro Nunziante è stata un unicum o intende replicare?

Ho voluto fare quella esperienza come attore perché normalmente sono un maniaco del controllo. Scrivo, dirigo, verifico ogni dettaglio. Recitare per altri ha significato calarsi in una condizione più passiva, da interprete, da osservatore di un mondo e delle sue dinamiche. Certo, ho velleità cinematografiche, ma sto cercando di capire cosa fare esattamente perché il cinema è una in fase di grande mutazione. Al netto dei grandi film-evento non sono molte le persone che hanno voglia di spendere sette o otto euro per andare in sala. 

Conferma che sarà in presente in Don Matteo?

Ho una parte inaspettata che spero piaccia, non posso dire altro.  La prima volta che mi sono trovato di fronte a Terence Hill Terence mi si è gelato lil sangue: ha un volto talmente iconico che non riuscivo a credere di avercelo davvero di fronte. 

La Los Angeles di Fabio Rovazzi: tre luoghi cult

Sono posti dove si mangia, perché qui tutto avviene a tavola: seduti ad un tavolo si conoscono le persone, nascono progetti e occasioni di lavoro. Mi piace moltissimo Terroni, un ristorante italiano di West Hollywood dove è obbligatorio provare la costata e il filetto, il secondo è In-N-Out una catena che fa hamburger pazzeschi e poi un ristorante giapponese Shunji sulla Pico Boulevard. Se sei in America, ma hai voglia di sentirti per un’ora a Tokyo, è il posto giusto, il miglior sushi di Los Angeles. Per fare colpo su qualcuno è perfetto…

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