Fabi, Gazzè, Silvestri: esce Il padrone della festa

La recensione brano per brano del disco-evento

Fabi Silvestri Gazzè

Nicolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzé – Credits: Ufficio Stampa

Gabriele Antonucci

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C’era una volta Il Locale, minuscolo club di Piazza del Fico, nel cuore di Roma. Più che un locale, una fucina per la nuova scuola cantautorale romana, che ha raccolto idealmente l’eredità artistica del leggendario Folkstudio. Qui hanno mosso i primi passi e sono diventati amici Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè, che hanno portato avanti negli anni Novanta la lezione di Antonello Venditti e di Francesco De Gregori.

Non a caso l’esperienza di Banana Republic, nel quale il Principe duettava con il compianto Lucio Dalla, è il riferimento più citato dal trio a proposito del loro primo album congiunto, Il padrone della festa , uscito oggi per la Sony/Universal Music.

I tre artisti romani erano stati contattati da Fabio Fazio per partecipare insieme all’ultima edizione del Festival di Sanremo ma, a causa del poco tempo a disposizione, il progetto di un lavoro a sei mani, cullato per tanto tempo, è stato rimandato di qualche mese.

L’emozionante esperienza comune del viaggio umanitario nel Sud Sudan ha fatto scattare definitivamente la scintilla artistica e la voglia di cimentarsi in questa nuova esperienza, che oggi si è concretizzata ne Il padrone della festa. I tre cantautori tra poco affronteranno un tour europeo in undici tappe che partirà il 26 settembre da Colonia per concludersi l’11 ottobre a Barcellona. Dopo il giro in Europa, il 14 novembre partirà da Rimini il tour nei palasport italiani, con le canzoni del nuovo album e i successi di ogni artista.

Dell’album colpisce subito la bella copertina, dove spicca al centro un albero rovesciato con i cognomi dei musicisti incisi sui rami e altre figure che rimandano all’iconografia delle loro rispettive carriere. Molto curato il libretto, nel quale spicca la lodevole scelta di riportare tutti i testi delle canzoni, in luogo della solita, inutile sfilza di fotografie.

Vediamo più da vicino i dodici brani:

 1) Alzo le mani. La canzone, delicata ed evocativa, inizia con una chitarra in levare dal sapore reggae ed è impreziosita dall’arrangiamento arioso di Dedo. Gazzè è protagonista della terza strofa, la più emozionante, sottolineata dall’uso dell’eco. Un’ottima introduzione, che mostra subito l’affiatamento dei tre artisti.

 2) Life is sweet. Aumentano i ritmi, con il basso di Gazzè che ricorda lo stile di Sting, mentre la strofa di Silvestri è quasi rap. Scelta saggiamente come primo singolo, Life is sweet ha un grande appeal radiofonico e siamo sicuri che sarà uno dei momenti più coinvolgenti dei loro concerti. E’ evidente qui che i tre cantautori si divertono nel continuo ping pong delle strofe e, di conseguenza, divertono il pubblico.

 3) L’amore non esiste. Il brano è un gioco di rimando tra gli opposti, con Silvestri e Gazzè che premono l’acceleratore sul cinismo, mentre a Fabi è affidato il ruolo del cantante romantico, esemplificato dalla frase “l’amore non esiste, esistiamo io e te”, quasi un modo per affrancarsi dagli schemi e dalle aspettative che spesso soffocano questo sentimento. L’atmosfera dilatata e sognante lascia spazio, nel finale, a un crescendo di archi e di fiati.

 4) Canzone di Anna. Composta da un ispirato Fabi, Canzone di Anna suona come una bossa nova che tratteggia una figura femminile di grande delicatezza, tra insicurezze   e fragilità. L’emozionante tromba di Fresu si incastra alla perfezione con gli archi arrangiati da Clemente Ferrari.

 5) Arsenico. La prima sorpresa dell’album, un brano coraggioso senza batteria, con atmosfere quasi da chiesa, dove l’organo, il trombone e il clarinetto recitano un ruolo da protagonisti. La voce di Gazzè rivela qui tutta la sua espressività.

 6) Spigolo tondo. I ritmi accelerano di nuovo in questa canzone latineggiante, sonorità care a Silvestri che qui suona la viuhela messicana, mentre le percussioni sono affidate a Josè Ramon Caraballo. In un continuo gioco di rime e di incastri, spicca il verso “la visione conica di una piramide rende lo spigolo tondo”.

 7) Come mi pare. Un rock melodico che enuclea una serie di suggerimenti solo apparentemente banali che, in realtà, offrono diversi spunti di riflessione: “Chi vuole scrivere impari a leggere, chi vuole suonare prima deve imparare ad ascoltare, chi vuole ridere impari a piangere, chi vuole capire prima deve riuscire a domandare”. Il sound internazionale e il moderato uso dell’elettronica rendono Come mi pare un brano perfetto per accendere le platee dei palasport.

 8) Giovanni sulla terra. Il dulcimer introduce la canzone scritta da Fabi, un moderno folk che racconta la storia di Giovanni, un uomo che lavora tutto il giorno, vede poco i figli, è oberato di tasse e lotta per rimanere se stesso. Un bozzetto neorealista, in cui tanti padri si rispecchieranno, dove è evidente la partecipazione emotiva di Fabi nei confronti di questo eroe di tutti i giorni.

9) Il Dio delle piccole cose. Gazzè fornisce un piccolo saggio delle sua capacità di scrittura, accompagnato dalla dobro di Fabi, dall’acustica slide di Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion e dal violoncello di Luca Pincini. Parole (il testo è cofirmato da Gae Capitano) e musica si fondono alla perfezione.

10) L’avversario. L’eccellente giro di basso di Gazzè introduce la sfida in stile hip hop tra due combattenti, movimentata da gustose parentesi funky-disco anni Settanta che ricordano l’irresistibile Salirò. La canzone più dichiaratamente black dell’album è una piacevole sorpresa.

11) Zona Cesarini. La ballata malinconica di Silvestri sulla zona Cesarini, cioè gli ultimi minuti di una partita di calcio, è manierista e monocorde, risultando alla fine il brano musicalmente meno interessante del disco.

12) Il padrone della festa. La frase “voglio che le cariche importanti vengano assegnate solo a donne madre di figli” è un endorsement a tutti gli effetti nei confronti delle donne in politica. Una canzone perfetta da suonare in acustico, con gli smartphone a simulare l’effetto accendino, il cui climax è la frase sibillina “perché il sasso su cui poggia il nostro culo è il padrone della festa”, da cui è stato estrapolato il titolo dell’album.

 

Il padrone della festa è un album variegato per mood e per tematiche, cinquanta minuti di buona musica, ottimamente arrangiata, che non stancano mai. "Non siamo la somma di tre, ma un grande Uno", hanno dichiarato i tre cantautori. Come ogni buon trio jazz , i musicisti ogni tanto si concedono alcuni assoli, mai fini a se stessi, ma sempre funzionali alla canzone. Non sappiamo se “l’amore non esiste”, come canta l’affiatato trio nell'ultimo singolo, ma certamente esiste la buona musica cantautorale italiana, e questo album ne è una gradita conferma.

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