Gabriele Antonucci

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Se per tutti Frank Sinatra era The Voice, la stessa definizione sarebbe stata perfetta per Ella Fitzgerald, nata 100 anni fa, il 25 aprile 1917 a Yonkers, in Virginia. La voce della cantante, soprannominata Lady Ella e First lady of song, tanto era elegante, versatile, comunicativa, allegra, avvolgente e melodica, non ha mai avuto, almeno da un punto di vista tecnico, nessuna rivale, soprattutto per fraseggio e intonazione.

I suoi numeri, davvero impressionanti, con 250 incisioni, 14 Grammy e 25 milioni di album venduti in 50 anni di carriera, dicono molto, ma non dicono abbastanza della sua influenza musicale.

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Ella Fitzgerald non solo è stata probabilmente la più grande cantante jazz del Novecento, ma anche una delle più grandi cantanti in generale, abbattendo per prima le rigide divisioni tra canzone pop e jazz. Ha reso più accessibile un genere considerato spesso(erroneamente) ostico, a cui ha regalato una raffinatezza e un virtuosismo, soprattutto nello scat, che non hanno eguali nella centenaria storia di questo genere musicale.

Chi vuole accostarsi al jazz non può prescindere dalle sue impareggiabili riletture del Great American Songbook, dando nuovi e inediti colori ai brani immortali di Gershwin, Cole Porter, Rodgers & Hart, Johnny Mercer, Harold Arlen e Jerome Kern, anche se forse l’apice della sua discografia è stato il disco dal vivo At The Opera House del 1957, accompagnata da Oscar Peterson al pianoforte. Non possono mancare, inoltre, nella discoteca di un appassionato di jazz, i suoi duetti con Louis Armstrong, in particolare il capolavoro Porgy & Bess di Gershwin.

Se c’è un sostantivo che possa racchiudere, in una parola sola, il segreto del suo talento cristallino è “reivenzione”: Ella non ha mai cantato due volte nello stesso modo una canzone, cercando di esplorare ogni singola sfumatura e ogni possibilità  creativa, anche la più recondita, che una brano le poteva offrire.

La sua era una dote quasi alchemica, che aveva il suo perfetto compimento nell’esibizione dal vivo, dove rivaleggiava ad armi pari con gli strumenti di cui si circondava, passando con disinvoltura dal trio(Jimmy Rowles, Oscar Peterson, Jimmy Jones) alla big band(Chick Webb, Duke Ellington, Count Basie), imitando il timbro, il lessico e le varianti melodiche di ogni singolo strumento.

La cantante non era dotata della sofferenza delle voci di Billie Holiday e di Bessie Smith, perfette per le corde blues, ma non aveva rivali nel catturare e nell’elettrizzare il pubblico, non solo per le sue celebri svisature dai temi degli standard, ma anche per la capacità di sottolineare ogni parola del testo, mostrando così anche doti di consumata attrice.

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Dagli esordi con Chick Webb alle formazioni vocali come gli Ink Spots e i Four Keys, dall’orchestra di Dizzie Gillespie agli anni con il suo pigmalione Norman Granz e l’etichetta Verve, fino agli ultimi anni della sua carriera, segnati dalla malattia, Ella Fitzgerald ha mantenuto sempre la sua naturale allegria e al tempo stesso la paura di un’esordiente, tanto che arrivava in teatro con grande anticipo per provare i brani e, una volta sul palcoscenico, dava il massimo delle sue possibilità per non deludere il pubblico e se stessa.

Emblematici delle sue qualità di entertainer e di raffinata musicista sono i brani Mr.Paganini, It don’t mean a thing if it ain’t got that swing, How high the moon,  Stompin’ at the Savoy, Manteca, Flying home e Air Mail special, solo per citarne alcuni.

Vogliamo ricordare la cantante, morta il 15 giugno 1996 a Beverly Hills, con questa magistrale interpretazione dello standard The lady is a tramp insieme a Frank Sinatra, un confronto stellare tra due giganti della canzone di cui, mai come oggi, sentiamo la mancanza.

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