Gianni Poglio

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Di Edoardo Bennato

Negli anni Settanta, quando cantavo nei festival politicizzati, mi guardavo bene dal suonare Campi flegrei o Un giorno credi, canzoni che erano state bocciate e svalutate dalla discografia. La grande novità di quel tempo fu l'appoggio dell'intellighentia di sinistra che, grazie a canzoni come Uno Buono o Ma che bella città, mi aveva "eletto" rappresentante dell'insoddisfazione giovanile. Questa era il clima intorno a me nell'estate del 1973.

A novembre venni richiamato dal direttore della Ricordi. Mi disse che ci avevano ripensato. Ebbi così la dimostrazione che i discografici servono soltanto a raccogliere i frutti quando sono maturi, ma in realtà non riescono a prendere alcuna iniziativa. Ieri come oggi.

Mi proposero di incidere un 45 giri con Ma che bella città e Salviamo il salvabile da far uscire entro Natale. A seguire, nei primi mesi del 1974 uscì I buoni e i cattivi, un disco-manifesto, uno slogan ironico per dire che non esistono categorie nette come buoni e cattivi. Avevo preso spunto da Il visconte dimezzato di Italo Calvino. Di quel disco ricordo volentieri tante canzoni, tra queste Bravi ragazzi in cui ironizzavo sull'ausetrity, sulla tendenza del tempo a restare chiusi in casa, di non uscire per risparmiare. e poi In fila per tre, una riscoperta dell'italianità, dei moduli espressivi di Rossini estranei alla cultura angloamericana. Tira a campare è stato il mio primo segno d'affetto per Napoli.

La bandiera era una provocazione nei confronti di... chiunque. Intendo dire di chiunque sventolasse una bandiera diversa dalla propria. Nel disco inserii ancora Un giorno credi che era stata bocciata nell'album precedente, Non farti cadere le braccia.

Dal punto di vista del riscontro del pubblico era improvvisamente diventato tutto facile: dopo aver ottenuto il lasciapassare e la patente dall'intellighentia politicizzata la strada era in discesa. I buoni e i cattivi vendette bene e fu acclamato dalla critica. Un grande passo avanti rispetto al primo disco che era stato bocciato in toto. Io e il mio staff avevamo a quel punto compreso una cosa fondamentale, e cioè che bisognava fare tutto il contrario di quello che dicevano i discografici.

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