Musica

È giusto differenziare "musica reale" e "musica virtuale"?

Le certificazioni per i dischi d'oro aumentano ma riflettono numeri che esistono solo on line: in pochi li confermano nei concerti

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Matteo Politanò

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La musica è cambiata così come la società. Il nuovo mondo, fatto di web e digitale, ha sconvolto gli equilibri che per anni hanno dominato e indirizzato il mercato. Il tempo dei vinili, dei compact disc e dei nastri è stato scalzato dalle nuove tecnologie: le piattaforme di streaming, i dischi digitali, i social network. Una medaglia lucente che in questa analisi vogliamo osservare dall'altro lato.

Un tempo per sostenere un artista non ci si poteva permettere il lusso di essere pigri. Bisognava uscire di casa, acquistare il disco fisico nei negozi, informarsi sulle fanzine. Non esistevano gli instore: il fan andava ai concerti, quelli maniacali in più date del tour, con zainetto in spalla e biglietto del treno. L'industria musicale di oggi ha innegabilmente una struttura più apatica e immateriale, un meccanismo remoto che permette di sostenere un artista senza mai uscire di casa.

Sostenerlo ma anche boicottarlo. La nuova frontiera degli haters (i detrattori, letteralmente Chi odia) è a chilometro zero: in quanti vent'anni fa avrebbero comprato il biglietto di un concerto per andare sotto il palco ad insultare un cantante? Qualcuno si, ma sicuramente meno di quanti oggi dedicano il tempo libero a offendere, contestare e commentare il lavoro di un artista che non apprezzano. Ad oggi però anche i detrattori servono per alimentare la perversa macchina del business: per odiarmi devono seguirmi, per seguirmi sono costretti a sostenermi.

L'evoluzione tecnologica della musica ha imposto un cambiamento anche nel mondo della certificazione, l'assegnazione dei dischi d'oro e platino che è diventata sempre più frequente. Alla luce di queste nuove condizioni di mercato FIMI e GfK hanno infatti riconosciuto le seguenti soglie di certificazione che valgono sia per il prodotto fisico che per quello on line: 25 mila copie per un disco d'oro, 50 mila per un disco di platino, oltre le 100 mila per il doppio platino, oltre le 150 mila per il triplo platino, oltre le 200 mila per il quadruplo platino, oltre le 250 mila per il quintuplo platino e oltre le 500 mila per il disco di diamante.

Numeri che sostengono una tesi controversa: vendere 25 mila copie fisiche ha lo stesso valore di 25 mila copie digitali. Ne siamo sicuri? Un tempo l'artista capace di vendere 25 mila dischi era sinonimo di sold out sui grandi palchi. Oggi un disco d'oro non dà altrettanta certezza di un seguito dal vivo di egual portata né ancor meno di un concerto all'altezza di un disco d'oro. Il pubblico del web e dei social è composto in gran parte di giovanissimi che rischiano di allontanarsi dall'idea del live per sentirsi già appagati da instore e download, una pigrizia che influisce su tutto il sistema della musica.

Se si abbassa l'asticella del salto in alto, per lasciare di stucco il pubblico bisognerà saltare ancora di più, andare oltre il limite. L'esempio è quello di Salmo, il suo singolo Perdonami ha fatto registrare il maggior numero di stream di una traccia in 24 ore: 495.971. Però ai concerti di Salmo ci sono musicisti da urlo, nel pubblico ci sono ventenni così come quarantenni e la qualità dei suoi show conquista seguaci in tutta Europa. Nel suo caso, come in quello di tanti nomi più pop e indie, il virtuale è stato un supporto del reale.

Chi aveva esperienza e idee prima di questa evoluzione tecnologica si è adattato: ha abituato il pubblico più adulto a stare anche su Spotify e quello più piccolo ad uscire di casa per andare ai concerti e godere della parte più bella: il live. Per quanti si può dire lo stesso? Con tutti i dischi d'oro che sono stati assegnati nell'ultimo anno i tour degli artisti italiani dovrebbero essere sold out in ogni data come quello di Coez. È così?

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