Gabriele Antonucci

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Ipnotico. Visionario. Inquietante.  In una parola, un capolavoro.

Blackstar, ultimo album di David Bowie pubblicato due giorni prima della sua improvvisa scomparsa, è stato il canto del cigno di un artista che, vedendo la morte farsi sempre più vicina, si è fatto beffa di lei trasformando le sue inquietudini nei sette capitoli del suo ultimo libro, un avvincente noir con un finale a sorpresa.

Un manuale da tramandare alla nuove generazioni di artisti, per mostrare loro la strada del coraggio, dell'incessante rinnovamento stilistico e della capacità di non intendere la musica come un mero bene di consumo, ma come una forma d'arte destinata a durare negli anni.

Un ruolo fondamentale nel forgiare quel sound così oscuro e affascinante al tempo stesso, tra jazz, avanguardia ed elettronica, lo ha avuto Donny McCaslin, sassofonista californiano da tanti anni trapiantato a Brooklyn, che si esibirà giovedì14 novembre al Blue Note di Milano e venerdì 15 novembre all’Alcazar di Roma (nell’ambito del Roma Jazz Festival) per presentare il suo nuovo progetto Blow, accompagnato da Nick Semrad alle tastiere, Zach Danziger alla batteria, Owen Biddle al basso e Ryan Dahle alla voce e chitarra

Il nuovo album, chiamato a confermare il successo di pubblico e di critica del precedente Beyond Now (che conteneva due rielaborazioni di Warszawa e A Small Plot of Land di Bowie), è all'insegna della contaminazione, declinata attraverso la sintesi di elementi provenienti da rock, jazz, drum’n’bass ed elettronica in un contesto legato fortemente alla sperimentazione.

Il suo quartetto ha il ritmo e l’impatto di uno spettacolo rock e la complessità e l’attenzione di un concerto jazz.

L’intensità, la passione e la complessità delle parti di synth, la batteria hard, lo spessore del basso, il caratteristico tono del sax di McCaslin sono tutti immediatamente riconoscibili, creando nell’ascoltatore la sensazione che ci si trovi davanti a un artista che è al tempo stesso jazzista, improvvisatore, rocker e musicista pop.

Merita di essere raccontata la nascita della collaborazione tra David Bowie e Donny McCaslin, che aveva già militato negli Steps Ahead (al posto di Michael Brecker), nelle orchestre di George Gruntz e di Maria Schneider, oltre ad aver collaborato con artisti del calibro di Dave Douglas, David Binney e Danilo Perez.

Artefice del fortunato incontro è stata Maria Schneider, pluripremiata compositrice, musicista e direttrice d'orchestra, che ha portato nel giugno del 2014 l’amico Bowie al piccolo 55 Bar del Greenwich Village per ascoltare la band capitanata dal sassofonista che, con i suoi funambolici e nervosi assoli di sax, aveva già impreziosito alcuni album della Maria Schneider Jazz Orchestra, conquistando due candidature ai Grammy Awards.

Nessuno riconobbe Bowie, notoriamente grande appassionato di jazz e a sua volta valido sassofonista, che si è goduto in tranquillità, senza essere disturbato da richieste di foto e di autografi, le ardite traiettorie sperimentali del sax di McCaslin mentre si intersecavano con i synths cinematici di Jason Lindner.

Il giorno dopo il sassofonista californiano aprì la posta elettronica e lesse una e-mail nella quale il Duca Bianco, senza intermediari né uffici stampa, gli chiedeva direttamente se aveva voglia di collaborare al suo nuovo album, il venticinquesimo della sua straordinaria carriera.

Il primo frutto della loro collaborazione è l’intensa versione orchestrale di Sue (Or In A Season of Crime), con gli arrangiamenti della stessa Maria Schneider, prima che il quartetto di McCaslin diventasse uno dei cardini del nuovo disco.

Dopo aver mixato e masterizzato Blackstar, Bowie invitò McCaslin nella sua casa a Manhattan nel novembre 2015.

McCaslin era seduto e ascoltava la musica con gli occhi chiusi quando Bowie entrò nella stanza e lo abbracciò.

"Gli ho detto quanto amassi Blackstar e quanto fosse bello ascoltarlo ... e che bella opera d'arte fosse. Era così felice che io ero felice"-ha ricordato McCaslin in un’intervista a "Billboard" - "Era bellissimo vedere la gioia sul suo viso, nonostante fosse consapevole di essere ormai prossimo alla morte”.

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