Gianni Poglio

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Oggi si chiama dance ed è il più mainstream dei generi musicali. I suoi eroi sono Lady Gaga, Katy Perry, i Daft Punk e Justin Timberlake. 

Tutti figli della disco music, un sound nato 42 anni fa nei sottoscala del Bronx e di Lower Manhattan e diventato il motore di un fenomeno di massa che ha cambiato per sempre il volto e le regole della musica pop. «Restate con noi: tra pochi minuti, sulle frequenze di WPIX, il primo radio show dedicato alla colonna sonora delle notti di Manhattan: la disco music».

Era il 12 luglio del 1974 quendo il deejay della stazione newyorkese rilanciò nell’etere la musica destinata a far ballare il mondo, quella che fino ad allora era patrimonio esclusivo di club privati come il leggendarioThe Loftdel deejay Dave Mancuso, un appartamento di Brooklyn trasformato in discoteca ad inviti con il miglior impianto di amplificazione della Grande Mela e una selezione musicale che attingeva dalle tradizione soul e dai ritmi latini. Le origini della disco music. 

"A metà anni Settanta il rock era impegno civile, protesta politica ad uso e consumo quesi esclusivo di ragazzi bianchi e ben istruiti" ricorda Nile Rodgers, fondatore degli Chic, la band che ha trasformato in business il suono della New York underground. "La disco music era invece sinonimo di disimpegno, la celebrazione della vita vissuta come se non ci fosse un domani, senza un senso del limite. Una rivoluzione partita dai basso  che in pochi mesi ha trasformato il mondo in un’unica grande discoteca. Come se da un momento all’altro tutti avessero distolto lo sguardo da Woodstock per farsi conquistare da John Travolta e dallaFebbre del sabato sera".

Un fenomeno musicale, ma anche molto altro: "La disco music ha abbattuto antiche barriere. Allo Studio 54, sudati e stremati, uno di fianco all’altro, c’erano i Bee Gees, Andy Warhol, Sylvester Stallone, Elton John, Salvador Dalì, anonimi bancari con in testa piume di struzzo, commercialisti sovrappeso agghindati da drag queen, operai con bicipiti da culturista e tanga in pelle, meccanici, neri, bianchi, asiatici, portoricani, italiani, gay e trans. Tutti uniti dal culto della mirror ball, la grande sfera luminosa appesa al soffitto dei disco club di tutto il Pianeta" racconta Rodgers, che in quegli anni, grazie al successo degli Chic, era una dei pochi vip che aveva accesso illimitato ai mille antri segreti dello Studio 54. "Sesso occasionale a volontà, droga e champagne erano sempre a portata dimano. C’erano uomini che stazionavano nel bagno delle donne travestiti da Liza Minnelli, intrecci di corpi in ogni angolo semibuio, vassoi pieni di cocaina. Dal 1974 al 1979 non credo di aver mai dormito nel letto di " rivela Rodgers (che il 15 luglio porterà a Lucca il suo spettacolo con tutte le hit del’era-disco). 

Snobbata dai critici, bollata come spazzatura dagli alteri musicisti rock, la disco sbancò in classifica e nelle radio sull’onda di uno straordinario consenso dal basso. Era musica scanzonata per chi aveva voglia di divertirsi, spesso creata da veri e propri geni del suono, riconosciuti come tali solo a posteriori. Un esempio su tutti: Giorgio Moroder da Ortisei, il pioniere della musica ottenuta dalle macchine: computer e sintetizzatori. I 17 minuti di sospiri e gemiti erotici di Donna Summer in Love to love you baby e l’hit internazionale, I feel love, sempre di Donna Summer sono opera sua. Un giorno, verso la fine dei Settanta, Brian Eno, il guru dell’intellighentia rock, fece ascoltare a David Bowie I feel love. Poi, sentenziò : "David, questo è il suono del futuro". Aveva ragione. Non a caso,  le vere popstar del mercato discografico di questi anni sono i deejay. «Non sono stupito» spiega Moroder. «Negli anni Settanta abbiamo messo le basi per questo fenomeno creando dal nulla una musica fatta in una stanza con tre computer, un microfono e due sintetizzatori» .

Fu rapida l’ascesa della disco, ma ancora più veloce il suo declino. "Una parte della white America diede il via  una campagna di denigrazione verso la disco e i suoi protagonisti" racconta Nile Rodgers. "Un attacco mediatico micidiale. Non piaceva l’idea che degli sconosciuti diventassero star in poche settimane. Ancora meno piaceva l’idea di un genere musicale che abbatteva le barriere razziali e le differenze tra ricchi e poveri. Nel 1979, un gruppo di rock deejay organizzò l’infausta Disco Demolition Night al Comiskey Park di Chicago, un noto stadio di baseball. Vennero bruciati e distrutti migliaia di album e  45 giri disco music. La folla urlava “Disco sucks”. La scena ripresa da tutti i telegionali, chiuse definitivamente un’era". 

La fine di tutto?  "Assolutamente no" dice Rodgers. "La disco ha solo cambiato nome, ed è diventata dance. Alla faccia dei detrattori. Get Lucky dei Daft Punk, a cui ho dato il mio contributo, è il singolo più ascoltato degli ultimi dieci anni. E che cos’è? Un pezzo disco music, come quelli dei Settanta. Arrendetevi: abbiamo vinto noi".         

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