I dieci migliori album jazz del 2014

Dall'ultimo disco di Stanley Clarke a Fabrizio Bosso che si conferma in "Tandem" con il pianista Julian Oliver Mazzariello

Stanley Clarke

Stanley Clarke – Credits: Getty Images

Gabriele Antonucci

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Il jazz è, per sua natura, una musica mutante, in continua evoluzione, sempre pronta ad accogliere nuovi stimoli e contaminazioni. Anche se oggi non assistiamo più a fenomeni di rottura epocali come il free jazz o il be bop, la musica improvvisata di matrice afroamericana è sempre vitale, fresca, in costante bilico tra modernità e tradizione.

Ci avviciniamo alla fine dell’anno e, in attesa di ascoltare le numerose uscite discografiche a ridosso del Natale, vi proponiamo i dieci album internazionali e italiani che ci hanno maggiormente colpito nel corso del 2014.

1) Stanley Clarke Band - Up (Mack Avenue Records). Stanley Clarke è uno dei pochissimi musicisti ad aver avuto successo sia con il basso tradizionale che con quello elettrico, aggiudicandosi in carriera quattro Grammy Award. Clarke è stato il cofondatore della superband Return to Forever, insieme a Chick Corea e Lenny White, oltre che autore di sessanta colonne sonore per il cinema e la televisione. L’artista lancia di nuovo il guanto di sfida a Marcus Miller per la palma di miglior bassista al mondo con il suo ultimo lavoro Up, il più energetico, godibile e carico di groove della sua ricca produzione. Pop Virgil è un tributo a sua maestà James Brown, Last Train to Sanity evoca la magia dei Return to forever, mentre Trust, composta per la figlia Natasha, e La Cancion de Sofia, dedicata a sua moglie, rivelano il lato più intimista e romantico del bassista.

 2) Charlie Haden e Keith Jarrett - Last dance (ECM).  Secondo una celebre definizione del geniale Keith Jarrett “il jazz è cercare che la luce brilli. Non cercare di accrescerla, lasciale essere”. Di luce ce n’è tanta anche in Last dance, secondo album consecutivo della coppia d’assi Jarrett-Haden dopo il magnifico Jasmine del 2010, anch’esso registrato nello studio di registrazione domestico del pianista di Allentown. Il disco, purtroppo, è anche il testamento artistico del contrabbassista, da poco scomparso, uno dei fondatori del free jazz insieme a Ornette Coleman. L'ultima collaborazione tra i due giganti del jazz, prima di Jasmine,  risaliva all'acclamatissimo American Quartet sciolto nel 1976, eppure sembra che non siano passati quasi quarant’anni, a giudicare dall’interplay e dalla naturalezza con la quale i due musicisti dialogano, prevalentemente in ballad malinconiche  e notturne. Difficile scegliere, tra Round Midnight, Dance Of The Infidels, My Old Flame, My Ship, It Might As Well Be Spring, Everything Happens To Me e Every Time We Say Goodbye, quale sia il brano migliore di un album perfetto, da ascoltare rigorosamente di notte, meglio ancora se in buona compagnia.

 

3) Steve Lehman Octet – Mise en abime (PI Recordings). Già il precedente Travail, Transformation and Flow dell’ottetto di Steve Lehman era stato uno dei dischi più acclamati del 2009, grazie alle  sorprendenti esplorazioni  dello spettro armonico. Mise en abime prosegue il lavoro di ricerca sulle infinite possibilità del suono, dove le armonie microtonali sono utilizzate come pennellate di colore sopra  una tavolozza policroma e cangiante. Eppure l’avanguardia di Lehman fluisce in modo naturale, ricollegandosi alla grande tradizione del jazz, ma, al tempo stesso, indicandogli la via del futuro.

4) Regina Carter - Southern Comfort (Sony Music Masterworks). Il violino è uno strumento poco frequentato nel jazz, eppure Regina Carter lo ha riportato in auge negli ultimi anni, fino ad essere considerata la più importante violinista jazz della sua generazione. Una conferma delle sue straordinarie qualità è fornita dal recente Southern Comfort , dove la musicista ha  rielaborato, con la sua sensibilità  artistica, dei pezzi folk che il nonno paterno, un minatore, ascoltava mentre lavorava in Alabama. Il progetto, che ha richiesto un lungo lavoro di approfondimento della Carter presso l’archivio della Biblioteca del Congresso, è stato ampliato fino a  includere altre melodie popolari della regione. Gli undici brani di Southern Comfort spaziano dalla musica Cajun ai primi gospel e ai canti di lavoro dei minatori di carbone, oltre ad alcuni brani contemporanei.  L’album è in grado di far amare il folk ai puristi del jazz e il jazz agli appassionati di folk.

5) Dave Douglas – Riverside (Greenleaf Music). L’eclettico trombettista e compositore Dave Douglas ha pubblicato venti album come leader e ha collaborato a più di cento dischi, dando un importante contributo ai numerosi progetti d’avanguardia di John Zorn.  Cinquantuno anni, nato a Montclair, ma da anni residente a New York dove è il direttore del Festival of New Trumpet Music, Douglas ha festeggiato nel 2013 i vent’anni del suo primo album da leader, Parallel worlds. Il trombettista, famoso per la sua lunga e fruttuosa collaborazione con Uri Caine, si rimette in gioco con un quartetto formato da Chet Doxas al sassofono, Steve Swallow  al basso elettrico e Jim Doxas alla batteria, in un caloroso omaggio al clarinettista e sassofonista Jimmy Giuffre, autore del classico swing Four Brothers. "Sono sempre stato affascinato dal trio di Giuffrè con Jim Hall e Bob Brookmeyer –ha dichiarato Douglas- Ha avuto un modo incomparabile di affrontare l'armonia e il ritmo. Ha mostrato come una band può swingare in maniera solida, senza essere sempre guidata dalla batteria o senza suonare in maniera energica per tutto il tempo. Quel trio era così smooth!".

 6) Marc Ribot Trio – Live at Village Vanguard (PI Recordings). Un live registrato nel locale del Greenwich Village evoca immediatamente i leggendari album realizzati qui da John Coltrane, Bill Evans e Sonny Rollins, solo per citarne alcuni. Un rischio corso dal trio del chitarrista Marc Ribot durante gli elettrici set del 2012 con l’esperto bassista Henry Grimes e il batterista Chad Taylor, che ha dato ottimi frutti. Musicista eclettico, icona della musica d’avanguardia contemporanea, Marc Ribot sa spaziare con la sua chitarra dal jazz al punk, dalla musica cubana alle composizioni di Scelsi. L’album è un saggio del suo eclettismo, colto durante una serata magica nel cuore pulsante della vita artistica di New York.

7) Doctor 3 – Doctor 3 (Jando Music- Parco della Musica) Dopo sei anni di assenza dalle scene per dedicarsi ai rispettivi progetti solisti, ritornano in grande stile i Doctor3, trio all star formato da Danilo Rea al piano, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Fabrizio Sferra alla batteria. I Doctor 3 hanno coniugato per primi in Italia la musica pop-rock degli anni ’60 e ’70 con l’improvvisazione jazz. Nell’album, dove troviamo celebri brani di Beatles, Bee Gees, David Bowie e Doors, non ci sono i classici assoli da parte del singolo musicista, ma il tema è sempre presente nelle improvvisazioni collettive. Doctor 3 è un album in grado di soddisfare sia il cultore del jazz, per le invenzioni armoniche e per gli incastri dei tre straordinari musicisti, che il neofita, appagato dalle melodie di alcuni tra i brani più significativi della storia del rock.

 8) Franco D’Andrea - Monk and the Time Machine (Parco della Musica Records). Pochi pianisti, nella storia del jazz, hanno avuto la stessa importanza di Thelonious Monk, che ha influenzato decine di musicisti con le sue singolari armonie, i suoi imprevedibili fraseggi, i suoi celebri silenzi. Franco D’Andrea, decano del piano jazz italiano recentemente premiato con il Top Jazz 2013 come Musicista dell’anno, ha dedicato proprio al grande pianista americano l’eccellente Monk and the Time Machine. Un doppio cd,  pubblicato dalla Parco della Musica Records, dove D’Andrea, accompagnato dal suo sestetto, propone numerosi classici del pianista americano, tra i quali Light Blue, Bright Mississippi, Locomotive, Monk’s Mood, Well You Needn’t e  I Mean You, oltre ad alcune composizioni originali del gruppo. “Questo disco vuole essere un omaggio a uno dei personaggi più grandi del jazz –ha sottolineato D’Andrea-al Monk compositore e all’improvvisatore. Monk simboleggia tutta la storia del jazz, musica sempre in equilibrio tra tradizione e futuro”.

9) Fabrizio Bosso - Tandem (Verve): Fabrizio Bosso, uno dei più importanti trombettisti a livello europeo, continua a sfornare album e collaborazioni, mantenendo sempre altissimo il livello dei suoi dischi. Una piacevole conferma è il recente Tandem, pubblicato dalla Verve, nel quale il trombettista torinese dialoga con il pianista Julian Oliver Mazzariello, dotato di un tocco e di una sensibilità rara, con il quale si conosce dai tempi della prima formazione degli High Five. Tandem verrà presentato dal vivo il 23 novembre al Blue Note di Milano, mentre per gli appassionati di jazz del centro Italia le date da segnare sul calendario sono dal 28 al 31 dicembre, quando il duo si esibirà a Orvieto per l’ Umbria Jazz Winter. Nell’album spiccano gli inediti di Bosso Wide Green Eyes e Dizzi's Blues, Oh Lady Be Good di George Gershwin, un omaggio al grande Antonio Carlos Jobim in una originale versione di Luiza, le special guest di Fiorella Mannoia in Roma nun fa la stupida stasera e di Fabio Concato in Gigi.

10) Cristina Zavalloni – The soul factor (Jando Music e Via Veneto Jazz) Undici brani su dodici sono stati composti dalla cantante a quattro mani con Uri Caine, celebrato  pianista e sperimentatore americano descritto dal New York Times come «un uomo di idee», una definizione che gli calza a pennello.  Già questo dà la misura del respiro internazionale dell’album di Cristina Zavalloni, dedicato alla diva del soul Aretha Franklin. Un omaggio personale, appassionato e non calligrafico alla più bella voce soul di tutti i tempi, con una netta prevalenza di brani originali e con una cover, A Natural Woman (You Make Me Feel Like),  di grande qualità. Il disco è impreziosito da ospiti d’eccezione come Dave Gilmore, Fima Ephron, Gene Lake, Ralph Alessi e Chris Speed. Cristina Zavalloni, con la sua voce da mezzosoprano,  si candida ad essere una delle rivelazioni del 2014. The soul factor  è un album che ha tutte le carte in regola per incontrare i favori dell’esigente pubblico americano.

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