Gabriele Antonucci

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"Vi manipolano, vi minacciano usando il terrore come arma, vi spaventano finché non andate dalla loro parte, dov'è la rivoluzione? Su gente, mi state deludendo".

Non hanno deluso affatto, invece, i Depeche Mode, che ieri sera hanno confermato allo Stadio Olimpico di Roma, davanti a 53.000 spettatori entusiasti, di essere una delle live band più solide e spettacolari dal vivo.

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Il testo di Where’s the revolution?, la title track dell’ultimo, convincente album del trio di Basildon, mette subito in chiaro le intenzioni artistiche della band inglese, che da 36 anni continua a trovare inedite soluzioni per rendere sempre appetibile la sua inconfondibile amalgama di elettronica e rock, di sintetizzatori e di strumenti tradizionali, tenuti insieme da testi personali e ricchi di urgenza politica.

Dave Gahan l'ha descritto come un disco "provocante ed energizzante, più sexy del precedente Delta Machine e pervaso da un senso edificante. Suona in modo incredibile, ne siamo davvero fieri". In effetti la cosa che ci ha colpito di più ieri sera, al di là delle ben note doti di performer dei Depeche Mode, è il loro suono: ricco, corposo, compatto, inquietante e sensuale al tempo stesso, in una parola sola, irresistibile.

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Poco dopo le ventuno, si abbassano le luci e le casse dello stadio Olimpico trasmettono Revolution dei Beatles: "Dici che vuoi una rivoluzione. Beh, lo sai. Tutti vogliamo cambiare il mondo".

La videoanimazione del fotografo/regista Anton Corbijn, con otto gambe che camminano, immortalate sulla copertina di Spirit, indica l’inizio di una lunga  e inebriante cavalcata attraverso 22 brani.

L’incipit è affidato alle recenti Going backwards, con un potente riff di chitarra e la sua cassa dritta, e So much love, con il suo ritmo saltellante, quasi drum ‘n’ bass, accompagnata dalle immagini del trio di Basildon in bianco e nero e da uno spettacolare gioco di luci rosse.

Interessante la scelta di riproporre Barrel of a gun dall'album Ultra del 1997, con un ritmo ipnotico e vagamente mediorientale che cita in coda l’inciso di The message di Grandmaster Flash, il remix tutto da ballare di A pain that I'm used to da Playing the angel del 2005, inebriante sintesi tra rock ed elettronica con un riff catchy di chitarra, Corrupt, da Sounds of the universe del 2009, con un beat cadenzato e implacabile, e la sensuale In your room, accompagnata da un’ammiccante scena di ballo, da Songs of faith and devotion del 1993.

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World in my eyes e Cover me sono scandite dall’assordante handclap dello stadio Olimpico, mentre Dave Gahan balla senza freni inibitori e apre le braccia a mo’ di gabbiano, quasi ad abbracciare idealmente il caloroso pubblico di Roma.

Arriva il momento di Martin Gore, che in 36 anni di carriera ha interpretato poche canzoni dei Depeche Mode, ma ogni volta ha lasciato il segno. Il chitarrista/cantante incanta in A question of lust, riproposta in acustico, e Home con la sua interpretazione espressiva e appassionata: una performance salutata da scroscianti applausi a scena aperta, mentre Dave Gahan si diverte a dirigere il coro del pubblico, che continua indefesso anche quando termina Home.

Meno coinvolgenti risultano Poison heart e la title-track Where is the revolution?, che si riscatta nel chorus, mentre Wrong, primo singolo estratto dall'album Sounds of the Universe del 2009, è davvero trascinante, grazie alla maiuscola interpretazione di Dave Gahan, madido di sudore, che fomenta il pubblico e sembra divertirsi molto.

Stripped è pura magia, Enjoy the silence è una vera festa, accompagnata da immagini metafisiche di animali, dove la batteria e le tastiere formano quasi un unicum. Never let me down, con la sua cascata di percussioni, provoca letteralmente un’onda umana tra gli spalti, chiudendo nel migliore dei modi il concerto.

Il bis, ricco ed emozionante, si apre con Somebody cantata con misura dall’ineffabile Martin Gore, che provoca brividi lungo la schiena e numerosi occhi lucidi in platea.

I Depeche Mode calano un poker finale che è una vera e propria scarica di adrenalina: Walking in my shoes, una cover di Heroes di David Bowie, loro nume tutelare, percussiva e minimale, I feel you e la monumentale Personal Jesus, che fa scattare in piedi anche la finora compassata sala stampa.

Il concerto si chiude con una lunga e meritata standing ovation per il trio di Basildon, che ha proposto due ore di grande musica, con una scaletta ben strutturata tra nuovi brani, scelte non banali e grandi successi, confermandosi una live band che ha pochi rivali nel music biz contemporaneo. La faccia quasi incredula di Dave Gahan a fine concerto parlava da sola, confermando il legame speciale dell’Italia con i Depeche Mode.

Il Global Spirit Tour, oltre ai prossimi concerti allo Stadio San Siro di Milano (27 giugno) e al Dall'Ara di Bologna (29 giugno), si è arricchito ieri di tre date invernali: Torino (Pala Alpitour) il 9 dicembre, Bologna (Unipol Arena) il 13 dicembre e Milano(Mediolanum Forum) il 27 gennaio 2018, con i biglietti in vendita dalle 11 del 29 giugno su Livenation.it e Ticketone.it.

Tre date da segnare sul calendario per tutti gli amanti della buona musica, destinata a durare nel tempo.

La scaletta del concerto di Roma del 25 giugno 2017

Going Backwards 

So Much love 

Barrel Of a gun

A pain that I’m used to 

Corrupt 

In your room 

World in my eyes

Cover me

A question of Lust 

Home

Poison Heart 

Where’s the Revolution 

Wrong

Everything counts

Stripped

Enjoy the Silence

Never Let me down again

BIS

Somebody 

Walking in my shoes

Heroes

I feel you

Personal Jesus

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