Depeche Mode: la recensione di Delta Machine

Un grande ritorno: blues sintetico, canzoni splendide e suoni da manuale

Depeche Mode

Depeche Mode – Credits: foto Anton Corbjin - ufficio stampa Sony

Gianni Poglio

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Tredici dischi e non dimostrarli. Non è modo di dire, ma la constatazione dell'evidente stato di grazia della band di Dave Gahan. Delta machine è senza dubbio uno dei momenti più alti della loro musica. Il segreto sta tutto nelle canzoni, nella qualità del songwriting, nella scelta dei suoni e delle melodie. I Depeche di oggi sono una splendida band di blues sintetico, che mette il meglio della tecnologia al servizio delle canzoni. A volte oscure, a volte industrial, a volte decisamente decadenti. Non importa che Goodbye ricordi Personal Jesus e nemmeno che qua e là ci siano echi di già sentito. Il trio inglese non produceva un disco di questo livello da anni. La parola magica che unisce le 13 canzoni del disco è equilibrio. Equilibrio musicale, s'intende, dove tutto di fonde con tutto alla perfezione. Un sound pieno, intenso, una voce impeccabile unita ad arrangiamenti ispirati.

'Scrivere quest’album' racconta Martin Gore 'è stata una bella sfida, perché volevo che i brani avessero un sound molto moderno. Voglio che la gente si senta bene quando lo ascolta, che provi un senso di pace. Questo disco ha qualcosa di magico'. C'è indubbiamente tanto blues in questo album, ma c'è anche un po' di Nick Cave e persino reminiscenze della dark new wave di fine Settanta, quando la band ha iniziato a muovere i primi passi. I pezzi migliori sono Welcome to my world, Heaven, Slow e The child inside. Non aspettatevi accelerazioni improvvise, Delta Machine è un album che va piano, che si lascia ascoltare nota dopo nota. Un disco che avvolge e scalda. Lentamente, discretamente, senza che quasi l'ascoltatore se ne accorga.

Depeche Mode: Heaven

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