Gianni Poglio

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“In piedi, in mezzo a Piccadilly Circus, di fianco a due pazzi che agitavano  un’enorme mappa di Londra piena di cerchi gialli e frecce colorate: Guarda David, ti abbiamo convocato perché è qui che atterreranno gli alieni. Quando? Tra oggi e il 1972…. Era un mondo folle la Londra musicale di fine anni Sessanta, un sensazionale miscuglio tra gente di talento e improvvisatori in acido travestiti da artista. Una ventina d’anni dopo quel surreale pomeriggio, ho saputo che uno dei due era diventato pilota d’aereo. Ci penso con preoccupazione ogni volta che devo volare…”. Non era mai banale nelle interviste David Bowie, così come non lo era nell’espressione della sua arte, della sua straripante personalità: è questo quello che raccontano le leggendarie immagini di Masayoshi Sukita (raccolte nel libro Bowie by Sukita), il fotografo giapponese che l’ha immortalato per quattro decenni, svelando attraverso l’obiettivo la caleidoscopica personalità di un precursore nato. 

Non è mai stato di moda Bowie, perché lui le mode le ha anticipate tutte per poi abbandonarle quando il resto del mondo se ne infatuava: è stato punk prima del punk, glam prima del glam, elettronico prima dell’elettronica, androgino e ambiguo prima che tutti scoprissero l’arte del travestimento, quotato in borsa con il suo catalogo di album e canzoni prima che i colleghi si accorgessero dell’esistenza di Wall Street… 

Sukita lo incontrò per la prima volta volta a Londra, nel mezzo della prima Bowie-mania: “Era il 1972. Nel 1968 c’era stato 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, nel 1969 l’allunaggio dell’equipaggio americano dell’Apollo 11. In linea con i tempi, David decise di creare un mondo extraterreno. Prima con la canzone Space Oddity ed il suo protagonista Major Tom, e poi con un alter ego, Ziggy Stardust” racconta il fotografo. L’impatto di Bowie-Ziggy, l’alieno androgino dai capelli arancioni, è potentissimo: con la sua prima maschera, Bowie stempera per sempre i confini tra i sessi e fonde per la prima volta l’iconografia dell’Occidente con quello dell’Oriente, grazie agli outfit del fashion designer giapponese, Kansai Yamamoto. 

Era tutto David Bowie, genio, sregolatezza, professionalità estrema e trasgressione. Sono storia del rock and roll i racconti della cantautrice, addetta e stampa e groupie newyorkese Cherry Vanilla (raccolti nel libro Lick Me - Come sono diventata Cherry Vanilla, Odoya Edizioni): “La prima con David volta fu carnale, passionale e animalesco… Credo che si sentisse a suo agio nel farsi di coca con me. . Una volta gli avevo organizzato le cose in modo tale che potesse fare acquisti nella boutique di Yves Saint Laurent in Madison Avenue, che avevo riservato tutta per lui, e comprare un favoloso cappotto di lana… Poi, si fece di corsa tutti e cinque i piani di scale fino al mio appartamento, mi scopò senza levarsi di dosso il cappotto e subito dopo se ne andò via per incontrarsi con Mick Jagger…”. 

Chi scrive ha ancora vivido il ricordo di una lunga intervista a New York nel 1999 per il lancio dell’album Hours… Si presentò a piedi e puntualissimo nella sede della Virgin-Emi all’interno di una enorme stanza bianca che aveva più cartelli No smoking che pareti. Le sue prime parole furono: “Lei fuma? No, perché se anche lei ha questa abitudine potremmo ricreare un angolo di vecchia Europa nella proibizionista America dove accendersi una sigaretta è quasi diventato impossibile”. Poi, esperito il rito del tabacco, dipinse con poche ma chiare parole il senso della sua arte: “La missione di un artista è andare oltre, non replicare, continuare a sperimentare cose nuove anche se destinate a una popolarità inferiore a quella dei grandi successi”.

Reinventarsi è sempre stata la sua ossessione, come quando dall’America, nella seconda metà dei Settanta, si trasferì a Berlino per creare ed incidere tre album storici, lontani anni luce dalla sua produzione precedente: Low, Heroes e Lodger. Con lui, in Germania, c’era il rocker americano Iggy Pop, talentuoso complice artistico e compagno di bizzarrie. Come quella di noleggiare un auto e girare freneticamente nel posteggio circolare e sotterraneo di un hotel berlinese fino ad esaurimento della benzina…

Lo scatto della cover di Heroes è ancora oggi il fiore all’occhiello di Sukita, oltre che una delle immagini simbolo della musica contemporanea: “Dovetti solo assecondare quella che fu una vera e propria performance di David. Fotografarlo a New York con il costume di Kansai Yamamoto era stato facile: la maschera di Ziggy Stardust e il fatto che Bowie fosse un giovane e bellissimo essere umano dall’aspetto androgino aiutavano. Per Heroes Bowie non voleva di certo essere ritratto per il suo bel viso, cercava altro. A un certo punto, infatti, iniziò a spettinarsi e ad assumere espressioni dolorose e sofferenti. Non mi era mai accaduto prima e non mi è più accaduto dopo. I personaggi pubblici, davanti a una macchina fotografica, vogliono sempre apparire belli e d’aspetto gradevole” ricorda.

Fiducia totale e volontà di stupire: erano questi i pilastri del rapporto tra Bowie e Sukita. Un rapporto che uscì dalla freddezza dello studio fotografico quando, nel 1980, David si lasciò immortalare in treno e per le strade di Kyoto e che è proseguito fino al 2009, l’anno dell’ultima volta di Bowie davanti all’obiettivo di Masayoshi: “Gli feci alcune foto a New York nello studio- ufficio di un collega, forse proprio Mark Higashino, non ricordo bene. Venne come un vecchio amico che vuole farti un favore, sapendo, forse, che sarebbe stata l’ultima session insieme. Lo fotografai con gli abiti che indossava, nulla di più”. 

Ha vissuto immerso nella musica, David Bowie e dalla musica, si è fatto scortare fino all’ultimo respiro. Congedandosi dal mondo, nel 2016, con un disco, Blackstar, uscito nel giorno del suo compleanno, l’8 gennaio (due giorni prima della morte), intriso di simboli e parole che prefiguravano lucidamente la fine senza che nessuno riuscisse a comprendere che quella stella nera sulla cover dell’album era lì a dire che i suoi giorni erano contati. E che il testo del brano Lazarus era in realtà un testamento: “Guarda qui, sono in paradiso, ho cicatrici che nessuno può vedere, ho il mio dramma, nessuno me lo può togliere…”. L’ultimo imprevedibile colpo di teatro, perché, come ha scritto uno dei suoi migliori amici, il produttore Tony Visconti, “la sua morte non è stata diversa dalla sua vita: un’opera d’arte”. 

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