Gianni Poglio

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Giusto nelle scorse ore chi scrive, insieme ad altri milioni di fan sparsi nel mondo, era rimasto ancora una volta sorpreso dall'ultima straordinaria mutazione sonora del Duca Bianco. Blackstar, questo il titolo del suo ultimo album, uscito l'8 gennaio, che ora passerà alla storia come il suo testamento. 

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Bowie se n'è andato a modo suo, sconvolgendo il mondo con una fine che non era annunciata. Anzi, l'energia e le vibrazioni delle nuove canzoni facevano pensare a uno splendido quasi settantenne all'apice della sua creatività

Bowie era un artista, nel senso pieno della parola: le sue intuizioni da alieno glam a inizio Settanta, le atmosfere berlinesi dei suoi tre album più intensi e sperimentali (Heroes, Low e Lodger) le contaminazioni con l'elettronica, il formidabile gusto per le melodie destinate a rimanere per sempre (Life on Mars, Five Years, Space Oddity), fino all'ultimo colpo di genio, quel Blackstar che proprio in queste ore veniva osannato dalla critica di tutto il mondo. 

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Con Bowie se ne va un genio senza tempo, ma anche un modo di intendere la musica come arte che si contamina con il cinema, il teatro, la pittura e la letteratura.

Bowie era Bowie. Un genio del palcoscenico che con le sue canzoni ha scritto la colonna sonora di milioni di vite. Di ieri, ma anche di oggi. 

C'è un solo modo per celebrarlo: ritagliarsi oggi domani e nei prossimi giorni uno sprazzo di tempo per riascoltare la sua voce. "We can be heroes, just for one day..."

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