Damon Albarn: la recensione di "Everyday Robots"

Esce oggi il primo disco solista del frontman dei Blur

La cover di Everyday Robots – Credits: Warner

Gianni Poglio

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Il bello di Damon Albarn è che non è mai stato un ex cantante famoso, ma un artista vero capace di cambiare e di uscire dal sound che lo ha reso una star con i Blur nei Novanta. Dopo svariati progetti paralleli arriva il primo album solista, un disco intimo, personale, indiscutibilmente riuscito.

Un album che racconta anche di quella volta che vide una scritta profetica sul muro di Marble Arch, "Modern life is rubbish", quella che poi diventò il titolo di un best seller dei Blur. Le canzoni di un uomo di 46 anni che viaggia nei ricordi senza remore, consapevole della sua età e di quel che ha fatto finora. 

C'è il tema dell'alienazione da tecnologia nella canzoni di Albarn, che nel disco ha coinvolto pure Brian Eno e Natasha Khan dei Bat for Lashes. Ma questo è soprattutto l'album della collaborazione con il produttore Richard Russell. Un album non gridato, molto intenso, a cominciare proprio dalla title track che ha il suo punto di forza nella bellezza melodica della linea vocale. Nella stessa scia anche You and me e Hollow Ponds (guarda il video di Lonely press play)

Everyday Robots è il disco di un artista maturo, consapevole, che per arrivare al pubblico sceglie di non alzare la voce, ma di fare quello che gli viene meglio, ovvero cantare canzoni adorabili accompagnate da un tappeto di suoni complesso e mai banale.

Per questo va ascoltata con attenzione The selfish giant, che entra nelle pieghe delle relazioni di coppia di lunga durata. "Difficile essere un amante quando la televisione è accesa e negli occhi non hai più niente..." canta Damon. L'inglese The Guardian ha paragonato Everyday Robots al leggendario album di John Lennon del 1970: Plastic Ono Band. Troppo? Provate a riascoltarlo e scoprirete che...

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