Musica

Cristiano De André-Pfm: quarant'anni dopo nel nome di Faber

Un show speciale per celebrare il leggendario tour del grande poeta con la band italiana più famosa nel mondo

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Gianni Poglio

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C’erano entrambi, Franz Di Cioccio e Cristiano De Andrè, nel backstage del tour che quarant’anni fa ha cambiato la storia della musica italiana. Franz era il cuore ritmico e pulsante della Pfm, Cristiano, figlio di Fabrizio, un diciassettenne rapito dal fascino del backstage e dall’emozione di vivere in presa diretta il dietro le quinte di un tour-evento che infrangeva per sempre un tabù, quello dell’incontro virtuoso tra la poesia di cantautore e il suono di una rock band. 

Dovevo essere un gran rompiballe” ricorda. “Appena potevo, fuggivo da Genova e dai miei impegni scolastici e li raggiungevo. Quando  mi trovai davanti a Lucio Fabbri della Pfm che suonava il violino sulle note di Zirichiltaggia (un brano in gallurese del padre contenuto nel disco Rimini; ndr) decisi che mi sarei iscritto al Conservatorio per studiare quello strumento. Giravo nei camerini, esploravo il palco, toccavo tutto, soprattutto la mastodontica batteria di Franz che era come una calamita, un parco giochi. Impossibile resistere alla tentazione di metterci le mani sopra”. “Confermo” annuisce Di Cioccio. “Arrivai a chiedere a Fabrizio di tenerlo alla larga dai miei tamburi e dalle mie percussioni. Se avesse toccato o spostato qualcosa, mi sarei poi trovato in difficoltà nel mezzo dello show. La risposta di Fabrizio fu: cerca di portare pazienza, è un giovane ragazzo scalpitante che quando sale su un palco non riesce a non fare danni”. 

Sorridono entrambi mentre snocciolano quei ricordi a pochi giorni dal 29 luglio, il giorno dello spettacolo che nessuno, quattro decenni fa, avrebbe mai potuto immaginare. La Pfm e De André, Cristiano, all’Arena di Verona per rendere omaggio al repertorio di Fabrizio. Una chiusura del cerchio, una girandola di emozioni, ricordi e cromosomi.  

“Tutto iniziò a Nuoro nel 1978” rievoca Franz. “Cristiano e suo padre si presentarono a un concerto della Pfm. Fabrizio ci conosceva bene perché avevamo suonato con lui nell’album La buona novella. Il giorno dopo ci invitò a Tempio Pausania, a casa sua, per un coreografico pranzo nell’aia. Sembrava la scena di un film… Iniziammo a parlare della collaborazione, ma Fabrizio prese tempo…” spiega.

In anni dove la rigida iconografia del cantautore impegnato era quella di un uomo solo sul palco, accompagnato da una chitarra e illuminato da qualche timido faretto, presentarsi in scena con una band di musicisti virtuosi, un muro di amplificatori e un vero impianto luci era a tutti gli effetti un azzardo. “Fabrizio si consultò a lungo con amici e colleghi. Tutti unanimemente gli sconsigliarono di unirsi a noi: le tue canzoni affogheranno nel mare di suono prodotto dalla Pfm, gli dicevano, invitandolo a desistere. La sua risposta fu, come sempre, formidabile: visto che tutti considerate estremamente rischioso questo progetto, allora non posso che accettare di correre il rischio” rievoca Franz. 

“Io, invece, ero gasatissimo” spiega Cristiano. “Credo di essere stato uno di quelli che ai tempi ha insistito di più perché questo incontro musicale avvenisse davvero. Per me l’appuntamento all’arena del 29 luglio è uno straordinario crocevia di sensazioni e memorie vive, una scommessa che riguarda il mio passato e anche il mio presente”. Non sarà un concerto come un altro quello scaligero, ma una vera e propria performance in tre tempi: nel primo, Cristiano reinterpreta uno dei classici del padre, Storia di un impiegato. Nel secondo, la Pfm rilegge De Andrè presentando, tra le altre, le canzoni tratte da La buona novella, e poi il gran finale con Cristiano e la band insieme sul palco per riproporre i brani che hanno reso leggendario il tour di quarant’anni fa, immortalato in due storici dischi dal vivo che si tramandano di generazione in generazione. Quella serie di concerti raccolse applausi e standing ovation, ma anche ripetute quanto ostinate contestazioni che, rilette alla luce del presente, appaiono ancora più surreali e velleitarie.

Gli anni settanta sono stati tempi duri per chi si esibiva in Italia. In quel tour non mancò mai una parte di pubblico che rumoreggiava contestando il prezzo del biglietto. Urlavano per farsi sentire, per dare una legittimazione alla loro esistenza e alla loro presenza. C’erano poi quelli che urlavano ‘venduto, venduto..’ perché non perdonavano a De André il fatto di essersi esibito alla Bussola di Viareggio…” rievoca Franz.

“Dal palco, Fabrizio si rivolgeva direttamente ai contestatori dicendo che avevano il diritto di esprimere le loro opinioni, ma che anche chi aveva pagato il biglietto aveva il diritto di ascoltare in pace la musica. Una volta, nel mezzo di Anima fragile, cambiò le parole del testo. E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci diventò E poi seduto in mezzo ai vostri… vaffanculo!. Quel vaffanculo diretto pronunciato a denti stretti scatenò naturalmente il putiferio, ma alla fine la musica ebbe la meglio e mise a tacere i contestatori”. Contestatori che nel corso dei decenni si sono progressivamente estinti, a differenza delle canzoni e dei messaggi contenuti nel repertorio di De André.

Quello che ha scritto mio padre” sottolinea Cristiano “era talmente alto da non poter essere scalfito dal tempo o dalle mode. L’arte alta non sbiadisce, dura per sempre. Mio padre era un uomo di grande coerenza, ha sempre fatto di testa sua e non è mai inciampato in compromessi commerciali. Era coerentemente schierato dalla parte dei più deboli, degli umili e contro le guerre. Per questo, ancora oggi, le sue parole sono un appiglio nel vuoto, un punto di riferimento per qualsiasi generazione”. Parole forti che risuonano ancora più forte se accompagnate dall’intensità emotiva del suono avvolgente di un gruppo. “Fabrizio” sottolinea Di Cioccio “non parlava dei più deboli con la retorica della politica, ma con la potenza della poesia. Per noi è stato ed è un grande onore accompagnare con i nostri arrangiamenti quei testi, perché la musica di una band calata sulle parole di Fabrizio ne espande la forza poetica, diventa un esaltatore di emozioni. Se ne sono accorti in tanti quarant’anni fa e se ne accorgeranno anche quelli che ci saranno il 29 luglio. La buona musica non fa ombra al cantautore…”. 

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