Gabriele Antonucci

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La musica ha da sempre giocato un ruolo fondamentale nella storia del cinema, segnando indelebilmente alcune delle scene più emozionanti della settima arte. Non fa eccezione Fai bei sogni di Marco Bellocchio, liberamente ispirato al best seller autobiografico di Massimo Gramellini e presentato all'ultimo Festival di Cannes, che arriverà nelle sale il 10 novembre con 01 Distribution, con canzoni di Domenico Modugno, Deep Purple, Cyndi Lauper e Gianni Morandi.

Una delle scene più toccanti della pellicola è quando la mamma del protagonista Massimo, interpretata da Barbara Ronchi, canta Resta cummé del grande Modugno, rafforzando attraverso la musica il legame inscindibile tra madre e figlio.

Le raffinate musiche di Carlo Crivelli sottolineano abilmente gli snodi fondamentali di una storia di una assenza, interpretata da Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Nicolò Cabras, Dario Delpero, Barbara Ronchi, dove la ricerca della verità e allo stesso tempo la paura di scoprirla sono al centro del racconto.

Dopo un'infanzia solitaria e un'adolescenza difficile Massimo diventa un giornalista affermato ma continua a convivere con il ricordo lacerante della madre scomparsa, nonché con un senso di mistero intorno alla sua morte. La vicinanza di Elisa lo aiuterà ad affrontare la verità sul suo passato.  Solo alla fine scoprirà come sono andate veramente le cose, e troverà il modo di risalire alla luce.

Abbiamo intervistato Claudio Ciaccheri, proprietario del negozio di dischi romano Vinile Round Midnight, a pochi passi da Piazza Bologna, uno dei maggiori collezionisti e rivenditori di vinili Italia, per parlare con lui del film e soprattutto del clamoroso ritorno del vinile.

Claudio, nel film "Fai bei sogni" la musica ha un ruolo fondamentale, soprattutto quella degli anni Sessanta. E’ un decennio che resta imbattibile per quanto riguarda le sette note?

“Bellocchio è uno che da sempre sa usare bene la musica, pensiamo a Buongiorno notte nella scena con i Pink Floyd. In Fai bei sogni questa capacità di far interagire musica e immagini è ancora più evidente. Io sono convinto che la musica che si ascolta a 18 anni rimane indelebile nella tua vita e per te resta la più bella del mondo. Molte persone hanno avuto quell’età nel 1968, nel periodo di Woodstock e della guerra del Vietnam, quando alla musica era legato un forte messaggio sociale. Al ragazzo che aveva 18 anni quando è uscito Nevermind dei Nirvana non interessa nulla di quelle sonorità, che considera ormai vecchie. Il mio mestiere, in realtà, riguarda più l’oggetto disco che non la musica in senso lato. Alcuni vinili hanno catturato l’immaginario di tanta gente, sono oggetti preziosi che vanno trattati con rispetto, ma non è detto che i dischi di quel periodo siano meglio di quelli degli anni Settanta, Ottanta o Novanta. In ogni periodo c’è arte e ci sono grandi artisti. Questa gerarchia degli anni Sessanta, nella musica, non la trovo molto sensata, anche se la comprendo”.

Lei è figlio d’arte, visto che anche tuo padre era un collezionista di dischi. L’amore per i vinili, quindi, è ereditario?

“Mio padre era un acquirente di dischi, io sono l’allievo che ha superato il maestro perché ho trasformato la mia passione in un lavoro. Si può dire che sono un collezionista pentito, poiché ho iniziato a vendere dischi proprio per non essere più un collezionista. Mi sento più un commerciante e un archivista di vinili. Tengo per me solo i dischi firmati che vedi appesi alla pareti(tra cui uno autografato dai Rolling Stones, n.d.r.)  perché sono ricordi, ma a casa mia non ho nulla. Il fatto di aver ascoltato tanto jazz e classica grazie a mio padre ha influenzato profondamente i miei gusti musicali”.

Perché i cd vendono sempre meno, mentre le vendite dei vinili sono in forte crescita?

“Perché i cd sono dei numeri, sono tutti uguali a seconda delle edizioni. L’edizione americana di alcuni vinili ha un suono completamente diverso rispetto a quella italiana, a parità di canzoni, per questo si cerca il pezzo raro d’importazione. Non puoi capire la potenza e l’impatto dei Led Zeppelin se li ascolti su cd, mentre in vinile emerge tutta la loro grandezza. Poi c’è da considerare la mitologia del vinile: il primo disco della ECM non è catalogato come numero 1, ma è il 1001”.

In che modo ha iniziato la sua attività?

“Ho sempre fatto il commerciante di dischi, prima come commesso a 22 anni, poi dopo quattro anni ne ho aperto uno mio. Dopo un’esperienza con la vendita online, ho deciso di tornare al negozio fisico, che mi dà molta più soddisfazione, anche perché i clienti si fidano di me e dei miei suggerimenti. Il disco va “sniffato”, odorato, va vista la copertina con la giusta attenzione, fidandosi delle sensazioni che trasmette: tutte cose che online non puoi fare”.

Che ne pensa del Record Store Day? E’ un’iniziativa utile?

“E’ una bella iniziativa, ma non cambia molto e  secondo me non è particolarmente utile per un piccolo negozio di dischi: se deve chiudere, chiuderà lo stesso, con o senza Record Store Day. Chi compre i vinili lo fa tutto l’anno, non ha bisogno di una data speciale, né di pubblicità”.

Come è cambiato nel tempo il ruolo del negoziante di dischi?

“Moltissimo. Oggi mi sento più un antiquario, il custode di una memoria, che una sorta di Feltrinelli. Quando ho aperto nel 1987, la gente comprava soprattutto le nuove uscite, mentre oggi avviene il fenomeno inverso”

Quali sono i vinili più ricercati dagli appassionati?

“Dipende. Gli audiofili, ad esempio, cercano dischi che sono registrati molto bene, soprattutto nella classica e nel jazz. I vinili della Blue Note degli anni Sessanta sono molto richiesti perché sono incisi direttamemente da Rudy Van Gelder, che era uno straordinario ingegnere del suono. Alcuni cercano le copertine particolari, come la banana con la zip di Andy Warhol in Sticky Fingers degli Stones. Vanno sempre i dischi di artisti cult come Beatles, Rolling Stones, David Bowie, The Who, Led Zeppelin e Pink Floyd perché hanno fatto la storia della musica”.

Il ritorno del vinile è una moda passeggera o ha ragioni più profonde?

“Sicuramente il vinile è un bell’oggetto, una bellezza che conquista inaspettatamente anche le nuove generazioni, cresciute con gli mp3 e con la musica liquida sul telefonino. La bellezza non passa mai di moda”.

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