Gabriele Antonucci

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Brian Wilson, cantante, bassista e mente del periodo d’oro dei Beach Boys, ha annunciato per l'11 ottobre l’uscita negli Stati Uniti della sua autobiografia I am Brian Wilson. a memoir, scritta insieme a Ben Greenman. La precedente autobiografia, Wouldn't it be nice: my own story scritta con Todd Gold nel 1991, è stata in seguito rinnegata da Wilson, che allora era ancora in cura presso il discusso analista Eugene Landy, poi radiato dall’ordine dei medici per aver plagiato l'artista con l'ausilio degli piscofarmaci.

Questa volta, Wilson racconta la sua versione della storia: gli scontri con il padre violento, la pressione per sfornare una hit dopo l’altra negli anni ’60, la sua lunga battaglia con la malattia mentale. “Le voci erano dappertutto”, racconta Wilson a proposito delle cure contro la schizofrenia negli anni ’70. Wilson dice di avere fiducia “che le persone raggiungano una migliore comprensione delle malattie mentali, e magari un po’ di empatia verso le persone che ne soffrono”.

La notizia arriva a pochi mesi dall'uscita nei cinema italiani di Love & Mercy, appassionante biopic sull'avventurosa vita di Brian Wilson. Il film, diretto da Bill Pohlad, mostra il geniale leader dei Beach Boys in due distinti periodi della sua carriera: la metà degli anni Sessanta, quando furono concepiti i capolavori Pet Sounds e Smile, e la metà degli anni Ottanta, in cui l’artista, lontano da anni dai palcoscenici, era preda dei suoi fantasmi interiori e sotto lo stretto controllo del discusso medico Eugene Landy.

Un continuo gioco di rimandi tra la febbrile creatività dei vent’anni e la catatonia dei quarant’anni, quando Wilson sembrava ormai destinato a ripetere la triste parabole di Syd Barrett, con il quale ha condiviso l’abuso di Lsd. Senza anticiparvi il finale del film, la seconda vita di Brian Wilson è iniziata negli anni Novanta, grazie alle amorevoli cure della seconda moglie Melinda, fino alla spettacolare rinascita artistica degli anni Duemila.

Dopo il tour mondiale di Pet Sounds Live insieme al superguppo dei Wondermints, Wilson ha chiamato il fido paroliere Van Dyke Parks per completare Smile, pietra filosofale del pop psichedelico, il muro invalicabile dove si era arenata la sua crescita artistica nel 1967. Nel 2004, 37 anni dopo la sua prima stesura, Smile ha visto finalmente la luce, premiato con un meritatissimo Grammy Award.

Una volta rimosso quel blocco, un vero e proprio macigno, la carriera dell’artista è tornata a fiorire, con la pubblicazione di due album eccellenti: Lucky old sun nel 2007, che completa idealmente la trilogia inziata con Pet Sound e Smile, e Brian Wilson reimagines Gershwin nel 2010.  Quest’ultimo è stato avallato dai discendenti dell’autore di Rapsodia in blue, che hanno dato a Wilson anche l’autorizzazione a completare due brani inediti di Gershwin. Meno riuscito, ma comunque godibile, il disco In the Key of Dinsey del 2010, rilettura in stile Beach Boys delle più belle canzoni dei film di Walt Disney.

A questo punto mancava un ultimo tassello alla completa risurrezione umana e  artistica di Brian, ovvero tornare a cantare con il gruppo a cui aveva dato lustro e ispirazione, i Beach Boys, privi ormai da anni dei suoi fratelli Dennis e Carl, scomparsi tutti e due prematuramente. Senza di lui i Beach Boys hanno vivacchiato fino all’inzio degli anni Novanta, riproponendo nei loro concerti i vecchi successi, infinitamente superiori alle mediocri composizioni degli anni Settante e Ottanta. Il 2012 segna così il ritorno in grande stile di Brian Wilson nella band, un nuovo album, That’s why God made the radio e un nuovo tour per celebrare i cinquant’anni dal loro debutto discografico.

L’ultimo album solista No pier pressure del 2015 mostra un artista che, a 74 anni, è ancora in grado di dialogare con sonorità contemporanee, come rivela la freschezza di Runaway dancer con Sebu Simonian dei Capital Cities e di Saturday night con Nate Ruess, ex cantante dei Fun.

Brian Wilson, in occasione dei 50 anni dalla pubblicazione di Pet Sounds, sta riproponendo dal vivo il suo capolavoro in un lungo tour mondiale. Forse l’ultima occasione per vedere all’opera uno dei più grandi artisti della storia del pop, a cui ha donato una profondità e una raffinatezza che non aveva mai avuto in precedenza.

 

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