Gabriele Antonucci

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Quando si sopravvive a se stessi e ai propri fantasmi, che hanno rischiato di prevalere rispetto all’estro creativo, non si ha più paura di nulla.

Per questo Brian Wilson, che oggi festeggia 75 anni, è un uomo pacificato con la sua storia e ancora desideroso di condividere il suo talento cristallino con i tanti fan che lo hanno sempre aspettato con affetto, anche quando sembrava destinato a ripercorrere la medesima discesa negli inferi senza ritorno di Syd Barrett, il "diamante pazzo" dei Pink Floyd che, dopo il fatale abbraccio con l’Lsd,  non è più tornato a brillare.

Wilson, geniale mente dei Beach Boys, porterà in scena il 15 luglio all’Arena Santa Giuliana di Perugia, in quello che è l’evento più atteso di Umbria Jazz 2017, il suo capolavoro Pet Sounds, accompagnato da Al Jardine, Blondie Chaplin e Wondermints, oltre ad alcuni successi della sua cinquantennale carriera.

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Curioso che pochi giorni prima, il 27 giugno, gli ex compagni Beach Boys, a 5 anni di distanza dall'ultimo concerto per celebrare i 50 anni del gruppo, torneranno a esibirsi a Roma, all'Auditorium - Parco della Musica, per l'unica data italiana del loro tour europeo. Nella band, oltre al fondatore e prima voce Mike Love e al tastierista e seconda voce Bruce Johnston, troveremo anche Jeffrey Foskett (chitarra / voce), Brian Eichenburger (basso / voce), Tim Bonhomme (tastiere / voce), John Cowsill dei Cowsills (percussioni / voce) e Scott Totten (chitarra / voce).

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Quella di Brian Wilson e dei Beach Boys è una delle storie più affascinanti, ricche di colpi di scena ed emblematiche del sogno americano. Un’epopea nella quale si alternano trionfi, screzi, rovinose cadute personali e insperate resurrezioni umane e artistiche. Una storia tanto avvincente da diventare nel 2014 un biopic, l’eccellente Love & mercy diretto da Bill Pohlad.

Il film, interpretato magistralmente da Paul Dano e da John Cusak, rispettivamente nei panni di un giovane  e di un maturo Wilson, mostra il geniale leader dei Beach Boys in due distinti periodi della sua carriera: la metà degli anni Sessanta, quando furono concepiti i capolavori Pet Sounds e Smile, e la metà degli anni Ottanta, in cui l’artista, lontano ormai da anni dai palcoscenici, era preda dei suoi fantasmi interiori e sotto lo stretto controllo del discusso medico Eugene Landy. La seconda vita di Brian Wilson è iniziata negli anni Novanta, grazie alle amorevoli cure della seconda moglie Melinda, conosciuta in un concessionario di auto dove lavorava la donna, fino alla spettacolare rinascita artistica degli anni Duemila.

Ma torniamo in California, nella cittadina di Hawthorne, all’inizio degli anni Sessanta. Un periodo in cui la musica si intrecciava indissolubilmente al mito del surf, non semplicemente uno sport ma un vero e proprio stile di vita, improntato sull’audacia e sulla libertà individuale.

Curioso il fatto che la mente e l’anima dei Beach Boys, Brian Wilson, fosse l’esatto opposto dell’archetipo del surfista alto, biondo e muscoloso. Wilson era un giovane dalla personalità introversa e irrequieta, rotondetto, sordo da un orecchio ma dotato di uno straordinario estro compositivo.  Fu lui a fondare il gruppo insieme ai fratelli minori Carl e Dennis, al cugino Mike Love e all’amico di sempre Al Jardine, gestiti per i primi anni dal violento padre-padrone Murry Wilson.

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Dei cinque componenti originari dei Beach Boys, il solo Dennis aveva sfidato l’oceano con una tavola e fu proprio lui a ispirare l’idea di scrivere brani sul mondo del surf. Nacque così nel 1961 la spensierata Surfin’, che aprì la strada al successo di Surfin’safari, I get around , Barbara Ann, Fun, fun, fun e Surfin’U.S.A.

Canzoni caratterizzate da un’esuberanza quasi infantile e impreziosite dagli straordinari impasti vocali dei cinque componenti, che hanno diffuso in tutto il mondo il mito della eterna estate californiana, tra surf, amori balneari e falò sulla spiaggia. A un ascolto più attento, però, la spensieratezza lasciava spazio a momenti di malinconia e di riflessione, come se nell’aria si respirasse la fine dell’estate.

Negli anni Sessanta i Beach Boys ingaggiarono negli Stati Uniti un appassionante derby di vendite con i Beatles, in una delle più fertili e salutari competizioni che la storia del rock ricordi, con reciproci apprezzamenti da parte dei due rivali.

Nel 1964, però, qualcosa si ruppe nella gioiosa macchina da tour e da hits che erano diventati i Beach Boys. Brian era stanco di quello stile di vita frenetico, scandito da voli, alberghi, concerti e feste. Lui amava soprattutto la musica, non i lustrini dello showbusiness, né il fanatismo delle fan, che andavano pazze per i più atletici Mike Love e Dennis.

Così il bassista, pianista, cantante ma soprattutto mente della band si ritirò nel suo studio di registrazione per comporre insieme al paroliere Tony Asher un nuovo, ambizioso album, lasciando a Bruce Johnston il compito di sostituirlo in tour.

La fine dell’estate, intesa come metafora della gioventù ormai prossima a sfiorire, è il fulcro del capolavoro Pet Sounds del 1966, da alcuni considerato il migliore album pop-rock di sempre. Un disco rivoluzionario e ambizioso, ideato, composto e arrangiato da un Brian Wilson in stato di grazia, che conteneva perle come God only knows, Wouldn’t be nice e Sloop John B.

Pet Sounds non è semplicemente un disco pop, ma una sinfonia tascabile in tredici movimenti, un viaggio emotivo di 36 minuti dentro la mente geniale e imprevedibile di Brian Wilson, che impiegò oltre un anno per realizzarlo, lo stesso lasso di tempo in cui i Beach Boys pubblicavano normalmente due-tre album. Paul McCartney, che considera God only knows come la più bella canzone d'amore mai scritta, ha più volte dichiarato di aver regalato una copia di Pet Sounds ai suoi figli nei momenti più delicati della loro vita.

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Un album troppo in anticipo per quei tempi, tanto che i discografici della Capitol lo osteggiarono apertamente e, una volta pubblicato, i risultati di vendite non furono all’altezza delle aspettative, salvo poi essere rivalutato negli anni successivi.

Wilson volle superarsi l’anno dopo con un album ancora più radicale  e innovativo, Smile, da lui stesso definito «una sinfonia adolescenziale a Dio». Smile era un tentativo di smodata ambizione di superare la forma-canzone tradizionale e i 33 giri così come erano conosciuti fino ad allora, ispirandosi musicalmente alle composizioni di George Gershwin e al muro del suono di Phil Spector. Un omaggio a tutta la musica americana, un’opera talmente complessa da sfuggire di mano al suo autore che, non riuscendo a portarla  a termine, si chiuse in se stesso a causa di una grave forma di schizofrenia, frutto anche dell’abuso di Lsd.

Tra le varie stranezze che accompagnarono le infinite sessioni di Smile, Brian pretese che tutti i musicisti indossassero un elmetto da pompiere durante l’esecuzione di Fire, oltre a far ricreare una spiaggia casalinga per avere i piedi nella sabbia mentre componeva al pianoforte.

Alcuni affermano che l’ascolto di Strawberry fields dei Beatles lo sconvolse per la sua audacia, che riteneva maggiore del suo Smile, altri sostengono che sia stata l’ostilità del cugino Mike Love nei confronti di quelle musiche così oscure e spiazzanti, sta di fatto che nel 1967, tramite l’ufficio stampa dei Beach Boys, fu annunciato l’abbandono del progetto, che da allora è diventato l’album fantasma più famoso del rock.

Brian si ritirò a vita privata, isolandosi dal mondo, tanto che per tre anni non uscì dalla sua stanza, ormai schiavo delle droghe e della schizofrenia.

Nel 1975 la sua prima moglie lo affidò alle cure del discusso medico Eugene Landy, una sorta di guru che, attraverso una terapia 24 ore su 24 riguardante ogni aspetto fisico, psichico, personale, sociale e sessuale della vita del musicista, riuscì a limitare l’abuso di sostanze stupefacenti da parte di Wilson.

L’artista riacquistò anche un aspetto più asciutto e giovanile ma, al tempo stesso, sviluppò una forte dipendenza psicologica da Landy, tanto che gli altri componenti della band gli intentarono causa, accusandolo di aver sottratto somme sempre più ingenti al ricco patrimonio di Brian.

Quest’ultimo, dopo un apparente miglioramento, fu di nuovo aggregato ai Beach Boys alla metà degli anni Settanta, poi un altro ritiro e un nuovo ritorno all’inizio degli anni Ottanta.

Alla fine del decennio Brian decise di dedicarsi completamente alla carriera solista. Il suo album di debutto, intitolato semplicemente Brian Wilson, ottenne buone recensioni ma fu pressoché ignorato dal pubblico.

Un destino non molto diverso dai due album che uscirono nel 1995, I just wasn’t made for these times, con versioni rielaborate di suoi brani scritti per i Beach Boys, e Orange Crate Art, nel quale riformò il tandem con l’estroso Van Dyke Parks dopo il fallimento di Smile.

La vita famigliare iniziò poco a poco a migliorare, grazie alla riconciliazione nel 1997 con le figlie Carnie e Wendy, tanto che i tre pubblicarono insieme un disco casalingo, intitolato The Wilsons.

Alla fine degli anni Novanta Brian tornò a calcare i palcoscenici, lasciandosi alle spalle la paura di esibirsi, portando nei teatri, insieme al superguppo dei Wondermints, il suo capolavoro Pet sounds.

L’affetto del pubblico che, pur nelle traversie degli ultimi trent’anni, non aveva mai smesso di amarlo, unito a una ritrovata stabilità psicologica, convinsero Brian a confrontarsi con il fantasmi del suo passato più doloroso, quello legato al naufragio del progetto Smile, al quale aveva donato così tante energie da uscirne con un fortissimo esaurimento nervoso.

Chiamò ancora il fido paroliere Van Dyke Parks per completare quella è considerata la pietra filosofale del rock psichedelico, la montagna che non era mai riuscito a scalare, il muro invalicabile che aveva bloccato la sua crescita artistica.

Nel 2004 vide la luce, dopo 37 anni dalla sua prima stesura, Smile. Alla prima dell’album,  presentato dal vivo a Londra, erano presenti in platea, tra gli altri, Paul McCartney e Van Dyke Parks in lacrime. Al termine dell’esibizione (che trovate qui sotto) i  fan giunti da tutto il mondo hanno tributato una lunga standing ovation a Brian Wilson, visibilmente commosso. Finalmente era riuscito a portare alla luce la sua creatura più ambiziosa, più discussa, più elaborata, quella per la quale aveva perso il senno, la gioventù, il suo ruolo di leader all’interno dei Beach Boys.

Una volta rimosso quel blocco, un vero e proprio macigno, la carriera dell’artista è tornata a fiorire, con la pubblicazione di due album eccellenti: Lucky old sun nel 2007 e Brian Wilson reimagines Gershwin nel 2010.  Quest’ultimo è stato avallato dai discendenti dell’autore di Rapsodia in blue, che hanno dato a Wilson anche l’autorizzazione a completare due brani inediti di Gershwin.

A questo punto mancava un ultimo tassello alla completa risurrezione umana e artistica di Brian, ovvero tornare a cantare con il gruppo a cui aveva dato lustro e ispirazione, i Beach Boys, privi ormai da anni dei suoi fratelli Dennis e Carl, scomparsi tutti e due prematuramente. Senza di lui i Boys hanno vivacchiato fino all’inizio degli anni Novanta, riproponendo nei loro concerti i vecchi successi, infinitamente superiori alle mediocri composizioni degli anni Settanta e Ottanta.

Il 2012 segna così il ritorno in grande stile di Brian Wilson nei Beach Boys un nuovo album, That’s why God made the radio e un nuovo tour, di grande successo, per celebrare i cinquant’anni dal loro debutto discografico.

L’ultimo album solista di Wilson, No pier pressure del 2015, mostra un artista ancora in grado di dialogare con sonorità contemporanee, come rivela la freschezza di Runaway dancer con Sebu Simonian dei Capital Cities e di Saturday night con Nate Ruess, ex cantante dei Fun.

I Beach Boys hanno dimostrato, a oltre 50 anni dal loro debutto, di essere ancora i più grandi interpreti di una stagione lontana e irripetibile.

Ogni volta che si ascolta una loro canzone degli anni Sessanta, magari anche durante una uggiosa giornata invernale, la mente vola inevitabilmente all’estate californiana, tra surf, amori balneari e falò sulla spiaggia. Un’estate che non finirà mai.

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