Boom Da Bash: 'Il nostro reggae dedicato ai veri supereroi'

Il cantante del gruppo salentino racconta la lavorazione del disco Superheroes: "Lo abbiamo dedicato agli operai e a chi fatica a portare il pane a casa"

I Boom Da Bash vengono da Mesagne, provincia di Brindisi

Matteo Politanò

-

Dal Salento inseguendo un sogno. La storia dei Boom Da Bash, reggae band italiana da poco uscita con l'album "Superheroes", suona giamaicano e ha il profumo della terra salentina. Nati come sound system nel 2002 sono diventati un quartetto nel 2008 e hanno iniziato a farsi notare nel 2011 con la vittoria del premio Mtv New Generation Contest. Lo scorso 11 giugno è uscito "Superheroes", il nuovo album che nel titolo fa tributo ai veri eroi di questa Italia, precari e famiglie che faticano per arrivare a fine mese in un periodo storico dove sorridere non è facile. Il primo estratto video dell'album "Sunshine reggae" ha raccolto oltre 240 mila visite in poco più di un mese. Abbiamo intervistato uno dei componenti del gruppo, Biggie Bash, proprio nei giorni in cui viene girato "Reality Show", secondo video girato insieme ai Sud Sound System.  

Come è nato il progetto Boom Da Bash?

Siamo nati dieci anni fa e con questo disco possiamo dire di consacrare l'anniversario del nostro primo decennio di musica. Veniamo tutti dallo stesso paesino, Mesagne in provincia di Brindisi, e facevamo musica insieme. Siamo nati come un gruppo di dj, un classico sound system giamaicano. In quegli anni c'era un vasto proliferare nella scena reggae, noi facevamo selezione musicale nelle dance hall. Poi in maniera abbastanza casuale ci siamo ritrovati in una camera con un microfono e abbiamo provato a registrare un pezzo originale. I feedback ci hanno portato a continuare e in poco tempo si è creato dell'interesse intorno a noi. Abbiamo scelto di prendere la strada del gruppo musicale anche se l'attitudine del sound system ci è rimasta. E' stato un percorso abbastanza naturale, una volta che abbiamo tirato fuori il primo disco siamo diventati un vero e proprio gruppo e tutto è stato una conseguenza.

Come nasce il vostro nome?

L'aneddoto è molto simpatico, lo racconto anche se io sono entrato nel gruppo qualche anno dopo la fondazione. Avevo un progetto con altri ragazzi, facevo parte di un gruppo punk, io ho fatto punk hardcore per diversi anni. Nel frattempo loro avevano scelto il nome “Boom da bash” per assonanza, un suono piacevole all'udito. Quando sono entrato nel gruppo però ho fatto notare che nella lingua giamaicana, che è molto influenzata dall'inglese e dallo slang, poteva suonare come "esplodi il colpo".

Quale è stato il concept del vostro album "Superheroes"?

Volevamo dedicare questo disco a tutte quelle persone che in questo periodo storico, soprattutto in Italia, conducono una vita piena di difficoltà e sacrifici. Gli operai che rischiano il posto di lavoro, che rischiano la vita, quelli dell'Ilva che sono pugliesi come noi e che ci stanno molto a cuore. Sono loro i veri supereroi, le madri e i padri di famiglia, che continuano a portare il pane a casa. Nel supporto fisico c'è una dedica vera e propria a loro che non hanno i raggi x ma sono i veri e unici supereroi. A questo si è legata la grafica della copertina, ci riteniamo un gruppo molto impegnato sul sociale, veniamo da una realtà che non poteva farci crescere diversamente.

Lo scorso anno avete fatto un mini tour negli Stati Uniti, che esperienza è stata e cosa vi ha colpito di più di quella realtà?

Non serve andare in America per capire che sono musicalmente sono più avanti di noi di anni luce. Noi abbiamo grandissimi artisti che ci invidiano tutti ma qui il problema è il music business: la ricerca del talento in Usa ha un concetto diverso da quello che c’è qui. Lì se tu sei un ragazzo che ha iniziato a fare musica, se hai talento e buone proposte non hai bisogno di avere conoscenze importanti. I produttori ti danno ascolto, hanno un fiuto che va oltre i contatti e le amicizie. Basti pensare alla storia di Justin Bieber: in Usa la musica è vista come una cosa seria, se un giovane vuole fare il musicista viene sostenuto dalla famiglia per prima. Ci sono molti college che permettono di migliorarsi, i Queen ad esempio si sono conosciuti in uno di questi istituti dove trasformare i sogni in tecnica. Hanno più attenzione alla musica senza compromessi e luoghi comuni, scavano di più nell'underground. In Italia invece puoi essere un ottimo artista ma se non sei inserito in un certo sistema di contatti non puoi sfondare. Qui devi dimostrare prima di avere i numeri e al massimo le major investono a fondo perduto quando intuiscono di poter avere già una resa. Ad ogni modo il tour in Usa è stato una meravigliosa esperienza, il pubblico è molto più preparato, hanno un orecchio più elastico del nostro e a volte abbiamo addirittura ricevuto più applausi dagli americani che dagli italiani che venivano a sentirci.

 

Avete cantato con diversi artisti che fanno parte della scena hip hop italiana, come sono nate queste collaborazioni?

Fondamentalmente noi ascoltiamo anche un sacco di musica diversa dal reggae e ci piace circondarci da persone che fanno anche altri generi. In Italia la storia del reggae è iniziata e cresciuta in parallelo all'hip hop con l'Isola Posse di Bologna quindi ci sentiamo molto affini all'hip hop come credo che si possa avvertire anche musicalmente. La musica giamaicana è sempre stata legata a questo tipo di sonorità , penso che sia un valore aggiunto soprattutto considerando il boom che sta vivendo l’hip hop in Italia. Ad ogni modo credo che qui tutto sia ciclico: mi ricordo anni fa quando ci fu il boom nel reggae. Adesso è il momento dell'hip hop e noi abbiamo un ottimo rapporto con i rapper. Clementino lo conosciamo da prima di questo grande successo e dj Double S è una leggenda del genere in Italia.

Quale è la situazione del reggae in Italia?

Oltre agli artisti storici che ci saranno sempre come ad esempio i Sud Sound System e gli Africa Unite trovo che adesso ci sia troppo poca attenzione nei confronti di questo genere. Forse anche per motivi legati ai discorsi di prima sul music business. Adesso noi abbiamo una responsabilità, rendere fertile un terreno per tanti ragazzi che hanno talento da coltivare. Credo che noi e tutta la vecchia scuola abbiamo responsabilità verso di loro. Mi viene in mente il passaggio di Snoop Dogg al reggae, credo che avrà una grossa influenza anche sull'Italia. Anche in Usa si stanno utilizzando sempre più campioni reggae come ha fatto ad esempio French Montana. Credo che nei prossimi anni il reggae vivrà un bel periodo…

Farete altri estratti video del vostro disco “Superheroes”?

Proprio in questi giorni stiamo registrando il secondo video, “Reality Show” con i Sud Sound System. Una collaborazione che per noi è un sogno che si realizza. Essere arrivati a suonare con loro è motivo di orgoglio. Sicuramente faremo anche altri video estratti dal disco…

Questa estate cosa farete e che progetti avete per il futuro?

Il 22 giugno è iniziato il nostro tour da Lecce con la presentazione ufficiale. Questa estate gireremo un po' in tutta Italia per essere aggiornati c'è la nostra pagina Facebook con tutto il calendario.

Sei ottimista per il futuro del reggae?

Io sono convinto che al di là del genere che fai se ci metti impegno e passione ce la puoi fare sempre. Noi siamo indipendenti: per tante cose è negativo e per altre positivo. Credo che il futuro sarà roseo per la scena reggae e spero anche per noi. Speriamo di poter continuare a fare i musicisti per lavoro facendo forza sul nostro valore aggiunto: la nostra fan base che ci segue dal primo giorno e ci sostiene incondizionatamente. A loro va il primo grazie!

© Riproduzione Riservata

Commenti