Gabriele Antonucci

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La musica di Bob Dylan è come la Sagrada Familia di Barcellona: un'opera monumentale, in cui si amalgamano alla perfezione stili diversi, ma soprattutto un work in progress che continua inesorabile nel tempo.

La metamorfosi, il non-finito è il segreto della sua arte, che si rinnova a ogni esibizione del "never-ending tour" che va avanti ormai da trent'anni, senza l'esigenza di avere un album da promuovere: un brand come Bob Dylan, reso ancora più prezioso dal recente premio Nobel per la letteratura, non ha alcun bisogno di promozione.

Ieri sera, durante la prima delle tre esibizioni del bardo di Duluth all'Auditorium Parco della Musica di Roma (dove si esibirà anche il 4 e il 5 aprile), abbiamo avuto la conferma, ancora una volta, che le canzoni di Dylan non sono mai oggetti fissi, immutabili e uguali a se stessi ma, come creature vive, nascono, si sviluppano e cambiano nel tempo, fino ad assumere sembianze del tutto nuove.

Si sono versati fiumi di inchiostro sulle esibizioni dal vivo di Robert Zimmermann, a cui tutto si può imputare, tranne che la mancanza di coerenza nella sua incoerenza.

L'importanza di Bob Dylan nella storia del rock

Dylan è il cantautore più influente della storia del rock, che da portavoce del movimento pacifista degli anni Sessanta, quasi suo malgrado, è diventato via via un’icona di straordinario carisma.

Ai suoi primi album si deve la rinascita del folk, in un periodo in cui le classifiche erano dominate dai ritmi sincopati del beat, per poi attirarsi, nella seconda metà degli anni Sessanta, le critiche degli integralisti del genere, che non accettavano l’uso della chitarra e dell’armonica amplificate.

Robert ha raccolto l’ideale testimone dai suoi idoli giovanili Woody Guthrie e Pete Seeger e l’ha passato ad almeno due generazioni di cantautori, tra cui John Lennon e Bruce Springsteen

In oltre cinquant’ anni di carriera l'artista di Duluth ha attraversato la storia del folk e del rock sorprendendo sempre i critici e i fan con i suoi continui cambiamenti di stile.

Appena si aveva l’impressione di averlo inquadrato in una definizione, eccolo pronto a smentirla, sparigliando di nuovo le carte con un nuovo album, sorridendo mefistofelico dietro la sua maschera enigmatica e sfuggente.

Si pensi agli ultimi tre dischi Shadows in the night, Fallen angels e Triplicate, dove il cantautore si è reinventato cantante confidenziale alla Frank Sinatra.

In un periodo in cui i cantanti passano più tempo nei “firmacopie”dei mediastore che in studio di registrazione, Dylan prosegue dritto nella sua strada di solispismo, orgogliosamente asocial nell’epoca dei social.

Il suo non è calcolato snobismo: a lui, semplicemente, non interessano le reazioni del pubblico, né tantomeno i premi e i tributi, anche se si tratta del Premio Nobel, massimo riconoscimento per uno scrittore,  ricevuto “per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”, come ha dichiarato Sara Danius, segretario dell’Accademia svedese, nella motivazione del riconoscimento.

Il cantautore è entrato nei cuori dei fan di almeno due generazioni proprio perché, paradossalmente, non ha mai fatto nulla per piacere e per risultare simpatico, come sanno bene i giornalisti che negli anni Sessanta venivano fulminati dalle sue velenose risposte.

«Non sono io che ho creato Bob Dylan. Bob Dylan è sempre esistito e sempre esisterà», ha dichiarato Dylan con il suo umorismo sottile e corrosivo.

L'esibizione all'Auditorium Parco della Musica

Anche ieri all'Auditorium Parco della Musica è andato in scena il solito canovaccio, almeno apparentemente: non un solo saluto al pubblico, nemmeno un grazie al termine del concerto, nessuna canzone presentata con simpatici aneddoti, nessuna frase del tipo "siete il miglior pubblico che abbia mai visto" (ovviamente ogni sera, ça va sans dire, c'è il pubblico migliore del mondo).

Alle 21 in punto ha fatto il suo ingresso la sua affiatatissima band, formata da Stu Kimball alla chitarra acustica, Tony Garnier al basso e al contrabbasso, George Receli alla batteria, Charlie Sexston alla chitarra elettrica, Bob Dylan al piano e all’armonica e Donnie Herron alla chitarra orizzontale slide, al violino e al banjo. Con questa formazione Dylan ha registrato tutti i suoi album più recenti, da Love and Theft del 2001 in poi.

Poco dopo il bardo di Duluth si materializza, accolto dalla calorosa standing ovation del pubblico di Roma.

Lui, come sempre, non dice una parola e inizia a cantare, perchè tutto quello che ha da dire e da dare è tra le pieghe delle sue canzoni, mentre batte il tempo con il suo stivaletto bianco sotto al pianoforte, ormai la sua coperta di Linus, mostrando di essere nella serata buona.

Non è, forse, una grande forma di rispetto quella di non compiacere il pubblico ricorrendo a facili strategemmi e a vuote formule, ma di dare continuamente una nuova forma alla sue canzoni, rendendole vive e sempre diverse, in modo da evitare la routine del greatest hits ripetuto a pappagallo ogni sera, senza modificare di un solo accento la struttura del pezzo (ogni riferimento ai Rolling Stones è puramente voluto)? 

A rendere ancora più emozionanti le sue esibizioni è quel sottile senso di tensione che si respirava ieri in sala Santa Cecilia, gremita come nelle grandi occasioni: vuoi perchè è assolutamente vietato fare foto (non erano ammessi neanche i fotografi delle agenzie di stampa), vuoi per il suo volto impassibile da sfinge, vuoi per la totale mancanza di dialogo con il pubblico, sta di fatto che, per un'ora e tre quarti, si trattiene il fiato nell'attesa quasi messianica di uno squarcio di luce.

I momenti di assoluta bellezza arrivano saltuariamente, come una ricompensa inaspettata e, proprio per questo, ancora più appagante: splendide ed emozionanti le interpretazioni da navigato crooner (le uniche cantate in piedi, con l'asta del microfono piegata a 45 gradi) dei classici del Great American Songbook Melancholy mood, Once upon a time e Autumn leaves, che confermano la bontà della svolta "sinatriana" degli ultimi tre album.

La sua voce, consumata, rauca e nasale, sembra esaltarsi sulle languide note del classici degli anni Cinquanta e Sessanta, come se fosse finalmente libera di dispiegarsi al di là dell'angusto recinto del suo Mito, edificato suo malgrado a partire dalla canzoni politiche degli anni Sessanta.

Ieri sera, sui 20 brani in scaletta, ben sette erano grandissimi successi, di quelli che non possono mancare nel suo greatest hits ideale: tre eseguiti uno dopo l'altro all'inizio del concerto, Don’t think twice, it’s all right,Highway 61 revisited(trascinante quasi come negli anni Sessanta) e Simple twist of fate.

Uno dei momenti più rock e coinvolgenti dell'esibizione è stata la scatenata Thunder on the Mountain, in cui la band, davvero eccellente, ha mostrato un sound compatto e fluido, a cavallo tra blues, rock, folk, boogie, alternative country e bluegrass.

Gli evergreen Tangled up in blue e Desolation row sono inseriti sapientemente tra le sue canzoni degli ultimi vent'anni, mentre il bis è indimenticabile con due canzoni che non hanno bisogno di presentazioni, Blowin’ in the wind (quasi irriconoscibile) e la monumentale Ballad of a thin man.

Il bis è stato seguito dal pubblico dell'Auditorium a ridosso del palco, a pochi metri dal bardo di Duluth che, come sempre, non ha tradito alcuna emozione, anche quando qualche flash di troppo gli ha illuminato il volto.

Al termine del concerto Dylan forse ha accennato un sorriso, o forse no, non ha detto nulla agli spettatori, consapevole di aver detto, per un'ora e tre quarti, tutto quello che aveva da dire sopra il palco.

La scaletta del concerto del 3 aprile 2018 all'Auditorium Parco della Musica di Roma

“Things have changed”
“Don’t think twice, it’s all right”
“Highway 61 revisited”
“Simple twist of fate”
“Duquesne whistle”
“Melancholy mood”
“Honest with me”
“Tryin’ to get to heaven”
“Once upon a time”
“Pay in blood”
“Tangled up in blue”
“Soon after midnight”
“Early roman king”
“Desolation row”
“Love sick”
“Thunder on the mountain”
“Autumn leaves”
“Long and wasted years”

BIS

“Blowin’ in the wind”
“Ballad of a thin man”

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