La  motivazione dell'Accademia di Svezia che lo ha insignito del Nobel dice già tutto. Il Premio va a Mister Robert Zimmerman "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della canzone americana".

Esatto: quello che Dylan ha scritto negli ultimi cinquant'anni e molto più di un'autorevole collezione di strofe e ritornelli.

Il buon vecchio Bob ha portato la poesia abbinata alla musica a un livello superiore. Lo ha fatto partendo dal folk, da Woody Guthrie e dalla cultura beat con canzoni dirette che puntavano il dito contra la guerra e le ingiustizie sociali (vedi Masters of war o Hurricane dedicata a Rubin Carter, il pugile ingiustamente incarcerato per un triplice omicidio mai commesso) ma anche colorando le parole dei suoi pezzi di visioni, allusioni e simbolismi, raccontando storie leggendarie quanto enigmatiche, al confine tra sogno e realtà.

Un viaggio fatto di parole, che di volta in volta lo ha avvicinato a Rimbaud, Kerouac o Ginsberg.

Non solo: Dylan ha rotto tutti gli automatismi che pervadono lo stile e i comportamenti delle rockstar. Si è reinventato musicalmente sfuggendo a qualsiasi tentazione autocelebrativa, ha osato "storpiare" se stesso in concerto offrendo al pubblico versioni completamente destrutturate dei suoi brani (famosi e non), ha inventato il concetto di neverending tour con un'attività live ininterrotta, ha parlato poco o niente con i giornali, non si è concesso alla tv, si è tenuto lontano dai duetti e dalle collaborazioni che fanno notizia.

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In poche parole: ha trascorso molto tempo con se stesso.

Francesco De Gregori ha riassunto in una breve dichiarazione il senso del Nobel a Dylan: "È una notizia che mi riempie di gioia, vorrei dire non è mai troppo tardi. Il Nobel assegnato a Dylan non è solo un premio al più grande scrittore di canzoni di tutti i tempi ma anche il riconoscimento definitivo che le canzoni fanno parte a pieno titolo della letteratura di oggi e possono raccontare, alla pari  della scrittura, del cinema e del teatro,  il mondo e le storie degli uomini. Bob Dylan incarna l'essenza di tutto questo, nessuno come lui ha saputo mettere in musica e  parole l'epica dell'esistenza, le sue contraddizioni, la sua bellezza".

Bruce Springsteen, di recente, lo ha definito così: "Bob ha liberato le nostre menti nello stesso modo in cui Elvis ha liberato il nostro corpo. Ci ha dimostrato che il fatto che questa musica abbia una natura essenzialmente fisica non significa che sia contro l’intelletto".

Dylan ha condiviso con il suo pubblico solo la musica, negando qualsiasi spiraglio di accesso alla sua privacy, mostrando al mondo che si può vivere appagati in compagnia di se stessi senza derive social di qualsiasi natura.


Oggi celebriamo la conquista del Nobel citando le strofe di tre canzoni straordinariamente belle. Volutamente non abbiamo scelto nel mare magnum delle più famose. Buona lettura!

Roll on, John (dedicata a John Lennon)

"From the Liverpool docks to the red-light Hamburg streets
Down in the quarry with the Quarrymen
Playing to the big crowds, playing to the cheap seats
Another day in the life on your way to your journey's end"...

Most of the time

Most of the time, I'm clear focused all around
Most of the time I can keep both feet on the ground
I can follow the path I can read the signs
Stay right with it when the road unwinds
I can handle whatever I stumble upon
I don't even notice she's gone

Not dark yet

Shadows are falling and I been here all day
It's too hot to sleep and time is running away
Feel like my soul has turned into steel
I've still got the scars that the sun didn't let me heal

There's not even room enough to be anywhere
It's not dark yet, but it's getting there
Well my sense of humanity is going down the drain
Behind every beautiful thing, there's been some kind of pain.

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