Gabriele Antonucci

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«Non sono io che ho creato Bob Dylan. Bob Dylan è sempre esistito e sempre esisterà», ha dichiarato alcuni anni fa il bardo di Duluth con il suo umorismo sottile e corrosivo.

Dylan, che il 24 maggio ha tagliato il traguardo delle 77 primavere, non ha più la voce ammaliante degli anni Sessanta, ma conserva intatti un carisma e un’intensità interpretativa che non ha eguali nella musica contemporanea.

Robert Zimmerman è il cantautore più influente della storia del rock, che da portavoce del movimento pacifista degli anni Sessanta, quasi suo malgrado, è diventato via via un’icona di straordinario carisma.

Ai suoi primi album si deve la rinascita del folk, in un periodo in cui le classifiche erano dominate dai ritmi sincopati del beat, per poi attirarsi, nella seconda metà degli anni Sessanta, le critiche degli integralisti del genere, che non accettavano l’uso della chitarra e dell’armonica amplificate.

Un faro per John Lennon e Bruce Springsteen 

Bob ha raccolto l’ideale testimone dai suoi idoli giovanili Woody Guthrie e Pete Seeger e l’ha passato ad almeno due generazioni di cantautori.

Bruce Springsteen ha raccontato: «La prima volta che ho ascoltato Like A Rolling Stone avevo 15 anni, ero in macchina con mia madre e stavo ascoltando WMCA, quando ad un tratto partì quel colpo di rullante che suonava come se qualcuno stesse aprendo a calci la porta della mia mente».

Più stringato, ma altrettanto efficace John Lennon, l’anima colta dei Beatles: «Dylan ci ha indicato la direzione».

La parola al centro del rock 

Si può tranquillamente affermare che non sono stati né la voce, né il virtuosismo strumentale, né le strutture musicali piuttosto semplici a rendere Dylan una leggenda, ma un aspetto a cui purtroppo oggi si presta sempre meno attenzione: la parola.

Mentre Elvis Presley ha portato la fisicità nel rock, Bob Dylan ha messo al centro per la prima volta la parola.

In un periodo, l’inizio degli anni Sessanta, nel quale i testi erano poco più che un pretesto, Robert, imbracciando la sua chitarra e la sua armonica con austera fierezza ha dichiarato al mondo che la poesia non era solo quella che si leggeva nei libri, ma anche quella che giungeva attraverso la radio.

Le sue canzoni sono evocative, ricche di metafore e di figure retoriche, spesso oscure, indubbiamente di grande fascino.

Con i suoi lunghi brani ha infranto la convinzione che il rock fosse soltanto un genere di intrattenimento, concepito solo per far ballare e divertire i giovani.

In realtà proprio loro erano i destinatari delle sue poesie in musica, ma il cantante non voleva farli uscire da loro stessi e portarli in una dimensione altra come nel rock and roll ma, al contrario, il suo era un invito all’ascolto, alla riflessione e alla consapevolezza di ciò che stava accadendo nel mondo.

I ruoli di portavoce di una nuova generazione, di paladino dei diritti civili e di ‘subconscio collettivo americano’ gli sono sempre stati stretti, tanto che, nel momento di maggior idillio personale e artistico con Joan Baez, ancora oggi strenua pasionaria in difesa dei diritti civili, Bob l’ha lasciata da sola sul palco per perseguire la sua personale visione musicale, più elettrica e meno impegnata politicamente rispetto agli esordi.

La svolta elettrica

"Non potevo continuare a fare il cantante folk solitario che strimpella Blowin' in the wind per tre ore ogni sera" .

Così Dylan ha spiegato la clamorosa "svolta elettrica" del 1965, iniziata pochi mesi prima con il lato A di Bring it all back home e portata a pieno compimento in Highway 61 Revisited, da molti considerato l'album più bello o comunque il più importante della sua carriera.

Il titolo è particolamente significativo, perché la Highway 61 è la superstrada che unisce il Nord degli Stati Uniti al Sud, collegando idealmente il blues di Chicago al southern rock.

Blonde on Blonde, monumentale doppio 33 giri pubblicato il 16 maggio del 1966, è il coronamento di una prima parte di carriera straordinaria e irripetibile, con sei capolavori su sette album pubblicati.

Bisognerà aspettare il 1975, anno di pubblicazione di Blood on the tracks, giunto quasi per magia dopo un inizio di decennio turbolento dal punto di vista discografico, per ritrovare l'artista ispirato come negli anni Sessanta.

L'album è una delle migliori raccolte di canzoni d'amore della storia del rock, anche se alla maniera di Dylan, incentrata sull' amore perduto, tormentato, incerto e conflittuale. Tangled up in blue, You're e big girl now e If you see her say hello sono da annoverare tra i vertici dell'arte dylaniana.

Un presente da crooner confidenziale

In oltre cinquant’ anni di carriera l'artista di Duluth ha attraversato la storia del folk e del rock sorprendendo sempre i critici e i fan con i suoi continui cambiamenti di stile.

Appena si aveva l’impressione di averlo inquadrato in una definizione, eccolo pronto a smentirla, sparigliando di nuovo le carte con un nuovo album, sorridendo mefistofelico dietro la sua maschera enigmatica e sfuggente da sfinge.

Si pensi agli ultimi tre dischi Shadows in the night, Fallen angels e Triplicate, dove il cantautore si è reinventato cantante confidenziale alla Frank Sinatra.

La sua voce, consumata, rauca e nasale, sembra esaltarsi sulle languide note del classici degli anni Cinquanta e Sessanta, come se fosse finalmente libera di dispegarsi al di là dell'angusto recinto del suo Mito, edificato suo malgrado a partire dalla canzoni politiche degli anni Sessanta.

Il cantautore è entrato nei cuori dei fan di almeno due generazioni proprio perché, paradossalmente, non ha mai fatto nulla per piacere e per risultare simpatico.

Basta andare a uno dei suoi ultimi concerti per capire che all’enigmatico Bardo di Duluth non importa nulla del pubblico: non una parola, non un sorriso, pochissimo spazio in scaletta ai classici e, nei rari casi in cui essi siano proposti, arrangiamenti così diversi dagli originali da renderne difficile l'identificazione.

Il Premio Nobel

Il suo non è calcolato snobismo: a lui, semplicemente, non interessano le reazioni del pubblico, né tantomeno i premi e i tributi, anche se si tratta del Premio Nobel, massimo riconoscimento per uno scrittore, “per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”, ha dichiarato Sara Danius, segretario dell’Accademia svedese, nella motivazione del riconoscimento.

Una vicenda surreale, per certi versi esilarante, sicuramente curiosa, quella del Nobel a Dylan, che ha visto per due settimane l'artista chiuso in un ostinato silenzio mediatico, salvo poi esprimere a sorpresa gratitudine per il premio ricevuto: "E' difficile da credere. Essere premiati con il Nobel è sorprendente, incredibile. Chi avrebbe mai sognato una cosa del genere?". 

L’accademia svedese ha poi diramato una sua lettera, in cui il cantautore spiega come ''impegni presi precedentemente rendono impossibile il viaggio a Stoccolma a dicembre''. Nella missiva Dylan ha sottolineato comunque di ''essere molto onorato e che gli sarebbe piaciuto poter ricevere il Nobel di persona''.

Il 10 dicembre del 2016 è stato letto in contumacia il suo lungo e colto discorso durante la cena di gala, mentre Patti Smith ha cantato A hard rain's a-gonna fall

Il work in progress delle sue canzoni

In un periodo in cui i cantanti passano più tempo nei “firmacopie”dei mediastore che in studio di registrazione, Dylan prosegue dritto nella sua strada di solispismo, orgogliosamente asocial nell’epoca dei social.

Dylan non compiace il pubblico ricorrendo a facili strategemmi e a vuote formule, ma dà continuamente una nuova forma alla sue canzoni, rendendole vive e sempre diverse, in modo da evitare la routine del greatest hits ripetuto a pappagallo ogni sera, senza modificare di un solo accento la struttura del pezzo.

La metamorfosi, il non-finito è il segreto della sua arte che si rinnova a ogni esibizione del never-ending tour che va avanti ormai da trent'anni, a prescindere dall'uscita di album da promuovere.

Le canzoni di Dylan non sono mai oggetti fissi e uguali a se stessi ma, come come creature vive, nascono, si sviluppano e cambiano nel tempo, fino ad assumere sembianze del tutto nuove.

I momenti di assoluta poesia nei suoi concerti arrivano saltuariamente, come una ricompensa inaspettata e, proprio per questo, ancora più appagante.

Nell’ultima intervista rilasciata dal cantautore nel 2012 al magazine “Rolling Stone”, alla domanda di Mikal Gilmore se “suonare dal vivo è un traguardo che ti appaga”, Dylan ha risposto in modo inequivocabile: “E’ appagante, come stile di vita? Beh, ma che tipo di vita è appagante? Nessuno tipo di vita è appagante se la tua anima non è redenta”.

Non sarà stato certo un Premio Nobel a redimere l’anima del più grande poeta in musica del Novecento.

Perchè i tempi stanno ancora cambiando.

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