Gabriele Antonucci

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In Fotoromanza, una delle canzoni più celebri di Gianna Nannini, la cantante senese si struggeva con un dubbio amletico:" Ti telefono o no, ti telefono o no io non cedo per prima/ mi telefoni o no chissà chi vincerà".

Probabilmente gli stessi dubbi che, in queste ore, stanno tormentando Sara Danius, segretario permanente dell'Accademia del Nobel, che dal 13 ottobre sta provando a contattare Bob Dylan, senza ottenere alcuna risposta dal fresco vincitore del Premio Nobel per la Letteratura.

"Ho chiamato e mandato delle email al suo più stretto collaboratore - ha dichiarato la Danius- ricevendo delle risposte molto cordiali: per ora, ciò è di certo sufficiente".

Mentre l’agente e altri membri dello staff di Dylan sono stati contattati, il Bardo di Duluth si è chiuso in un silenzio assordante. Neanche Barack Obama, che ha chiamato il cantautore per congratularsi, è riuscito a scambiare due parole con l’autore di Like a rolling stone.

A questo punto la domanda che tutti si pongono è la seguente: Dylan si presenterà alla consegna del premio, il prossimo 10 dicembre a Stoccolma?

La Danius si mostra ottimista, ma la sua è più una speranza che una reale convinzione: “Ho la sensazione che Dylan verrà. Posso sbagliarmi, e sarebbe un peccato se non venisse, ma in ogni caso il riconoscimento è suo. Se non vuol venire, non verrà. Sarà comunque una grande festa”.

E se Dylan, come fece Jean Paul Sartre, rinunciasse al Premio Nobel(che, per la cronaca, ammonta a un milione di euro)? Per ora nessuna ipotesi è da escludere. In mancanza di dichiarazioni del cantautore, i giornalisti si sono affannati a leggere tra le righe qualche messaggio criptico lanciato dall’artista  del Minnesota nei suoi ultimi concerti.

Come era ampiamente preventivabile, Dylan non ha fatto alcun accenno al Nobel nelle tre esibizioni a Las Vegas, Indio e Phoenix tenute dopo l’annuncio dell’ambito premio. O meglio, ambito da altri.

L’unico segnale di discontinuità è stata l’esecuzione alla chitarra, proprio il 13 ottobre,  di Simple twist of fate, visto che da anni il Nostro si trincera dietro il pianoforte, che è ormai diventato per lui  quasi una coperta di Linus.

Quello che stupisce di più è che molti, in queste ore, si stupiscano dell’atteggiamento di Dylan, a cui tutto si può imputare, tranne la mancanza di coerenza. Basta andare a uno dei suoi ultimi concerti per capire che all’enigmatico Bardo di Duluth non importa nulla del pubblico: non una parola, non un sorriso, pochissimo spazio in scaletta ai classici e, nei rari casi in cui essi siano proposti, arrangiamenti così diversi dagli originali da renderne difficile l'identificazione. Non che manchino momenti di assoluta poesia nei suoi concerti, ma essi arrivano saltuariamente, come una ricompensa  inaspettata e, proprio per questo, ancora più appagante.

Il suo non è calcolato snobismo: a lui, semplicemente, non interessano le reazioni del pubblico, né tantomeno i premi e i tributi. In un periodo in cui i cantanti passano più tempo nei “firmacopie”dei mediastore che in studio di registrazione, Dylan prosegue dritto nella sua strada di solispismo, orgogliosamente asocial nell’epoca dei social.

Nell’ultima intervista rilasciata dal cantautore nel 2012, scoop realizzato dal magazine “Rolling Stone”, alla domanda di Mikal Gilmore se “suonare dal vivo è un traguardo che ti appaga”, Dylan ha risposto in modo inequivocabile: “E’ appagante, come stile di vita? Beh, ma che tipo di vita è appagante? Nessuno tipo di vita è appagante se la tua anima non è redenta”.

Non sarà certo un Premio Nobel a redimere l’anima del più grande poeta in musica del Novecento. E se Sara Danius del Nobel continuerà  cercarlo? La risposta non è nel vento, ma nel titolo di una sua celebre canzone: "If you see her, say hello" ("Se la incontri, salutamela”).

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