Blue: tre nuovi concerti italiani per la band dei record

Dopo l'ottima accoglienza ricevuta a giugno, il gruppo inglese torna con un minitour - Intervista a Simon Webbe

I Blue (Getty Images)

Alberto Rivaroli

-

È stato amore a prima vista, e non è ancora finito. Tra i Blue e l'Italia i rapporti sono eccellenti: quella che nel 2001 si rivelò come una delle boy band più amate ha sempre trovato da queste parti un'accoglienza calorosa, sia nella prima parte della cerriera sia negli ultimi tempi. Ne sono l'ennesima conferma i due sold out dello scorso giugno a Roma e Milano, che hanno convinto i quattro artisti inglesi (che finora hanno venduto 20 milioni di cd) a tornare prima del previsto nella Penisola.

Sta per partire infatti un minitour che a novembre toccherà Milano (Alcatraz, il 21), Roma (Atlantico Live, il 22) e San Biagio di Collalta, in provincia di Treviso (Supersonic Music Arena, il 23). Un'occasione per mescolare presente e passato, affiancando i classici di ieri e i brani del nuovo album «Roulette», uscito a febbraio e segnato dalle collaborazioni con RedOne (collaboratore di Lady Gaga, Pitbull e Jennifer Lopez) e con i produttori Wayne Hector e Cutfather, che hanno messo lo zampino negli ultimi lavori di Britney Spears, James Morrison e Nicki Minaj). Un cd che ha già proposto due singoli, «Hurt Lovers» e «Without You».

 

A presentarci la nuova avventura italiana è Simon Webbe, che in questa intervista parla del tour, delle esperienze passate e dei sogni ancora in progress.

Allora, Simon, i fan italiani dei Blue non tradiscono mai.

«È vero, a giugno ci hanno riservato un'accoglienza straordinaria, e così abbiamo deciso di tornare subito a trovarli. Che posso dire? Bellissimo (usa la parola italiana, e ride, ndr)».

Fin da quando la band è nata, nel 2001, da queste parti ha sollevato un certo entusiasmo. Come ve lo spiegate?

«Sarò sincero, siamo rimasti sorpresi anche noi dal calore del vostro pubblico, ma ci piace pensare che abbia capito, anzi sentito la passione che mettiamo in quello che facciamo».

A questo punto vi converrebbe cantare nella nostra lingua.

«Per quanto mi riguarda, devo dire che mi piacerebbe moltissimo. Esiste solo un piccolo problema. Conosco sì e no cinque parole di italiano: amore, ciao, passione....».

Anche se nessuno ha usato la parola scioglimento, di fatto dal 2005 al 2011 la band non ha più lavorato insieme, e ognuno di voi ha seguito progetti solisti. Che è successo?

«Avevamo bisogno di crescere individualmente, dopo aver condiviso anni splendidi ma faticosissimi. È successo tutto talmente in fretta: milioni di copie vendute, l'onore di cantare con leggende come Elton John. Nessuno di noi, però, ha mai rotto con gli altri: c'è stato sempre rispetto e affetto».

Che cosa dobbiamo aspettarci dai nuovi concerti?

«Aspettate e vedrete... Scherzi a parte, più che la scaletta mi interessa proporre energia, mostrare ai fan un volto nuovo, più adulto. Non siamo più ragazzini, ma adulti, family men, padri di famiglia (Simon ha una bambina di sei anni, Alanah, ndr) e questo si riflette anche sul nostro modo di stare sul palco».

Che cosa vi resta del cammino fatto?

«Tante cose: orgoglio, maturità, fiducia nei nostri mezzi. Per andare avanti bisogna essere consapevoli di quello che è successo prima, senza però perdere naturalezza. Ci tengo molto a sottolineare questo aspetto: sul palco siamo sempre autentici, non c'interessa recitare la parte delle popstar».

Potete vantare una storia pazzesca, eppure avete poco più di trent'anni. Vi resta ancora un sogno da realizzare?

«Non uno, ma decine: altrimenti che gusto ci sarebbe? Io, personalmente, ho sempre sognato di riempire uno stadio, e spero proprio di poterci riuscire. Per il momento, cominciamo con i palazzetti italiani, okay?».

© Riproduzione Riservata

Commenti