Bjork incanta Roma – La recensione

Tutto esaurito, alla Cavea dell’Auditorium, per la straordinaria performance della star islandese

Bjork

Bjork – Credits: Ufficio stampa Auditorium Parco della Musica

Gabriele Antonucci

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Mentre la  musica mainstream tende sempre più ad omologarsi e a ripetere schemi già collaudati per dare un po’ di fiato alle (basse)vendite di cd, Bjork prosegue senza tentennamenti nella sua personale ricerca sonora e artistica, tra tempi dispari e suoni onirici, incurante della mode e delle classifiche.

Erano sette anni che la star islandese mancava della capitale, così i biglietti per il suo unico show italiano del 2015 alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma sono andati esauriti in pochi giorni.

Un concerto di Bjork non è semplicemente un concerto, ma una suggestiva e coinvolgente esperienza multisensoriale nella quale si viene catapultati in una dimensione altra , onirica ed eccitante al tempo stesso. 

La scaletta del live, una coproduzione Musica per Roma e DNF Digitalnikofactory, è basata in larga parte sull’ultimo album Vulnicura, incontro tra le parole latine "vulnus" (ferita) e "cura", proprio per indicare la  "guarigione delle ferite" per le quali la sua musica è uno straordinario medicamento.

Un viaggio cupo e catartico attraverso il dolore di un lungo amore che è finito, quello tra la cantante e l'artista Matthew Barney, dopo 13 anni di convivenza tra New York e Reykjavík, suggellato dalla nascita della figlia Isidora, oggi dodicenne.

Il disco, pur con la consistente impronta elettronica dei due maghi dei sintetizzatori Haxan Cloak e Arca, ha atmosfere più “umane” ed intime rispetto a Biophilia del 2011 e all’ancor più sperimentale Volta del 2007.

Il concerto è iniziato qualche minuto dopo le 21 con l’ingresso dell’imponente sezione di archi, composta da quindici elementi, in larga parte femminili, tutti vestiti di bianco, del tastierista-dj e del batterista-percussionista.

Bjork fa il suo ingresso in un lungo abito rosso, con un enigmatico velo-maschera a coprire parzialmente il volto,  quasi a non volersi o a non potersi ancora mostrare dopo il suo lutto amoroso che ce la consegna in una tenera e delicata sensualità , come se il suo amore finito fosse diventato parte strutturante della sua figura e l'avesse resa più docile e vulnerabile.

L’inizio è affidato a Stonemilker, che mette subito in luce l’affascinante dialogo tra la voce ultraterrestre della cantante, che a quasi cinquant’anni è ancora incredibilmente nitida e potente, e la sezione di archi, mentre dietro ai musicisti scorrono le immagini di Bjork che si moltiplica all’interno di un desertico paesaggio islandese.

Nella successiva Lionsong, con i visual di copertina di Vulnicura, il ritmo aumenta, il suono si fa più denso e l’elettronica e gli archi si amalgamano alla perfezione, mentre la narrazione dei sentimenti di dolore e di abbandono per l’ormai imminente fine della sua storia d’amore acquista via via toni sempre più drammatici.

In Black Lake Bjork sale su un palchetto vicino all'elettronica, mentre sul maxischermo la musica viene tradotta in tempo reale sopra un pentagramma con immagini minimaliste in giallo e viola.

In History of touches, scandita da pattern di batteria ipnotici, l’atmosfera è ancora più sospesa e meditativa, fino a che la batteria acquista un incedere marziale, mentre il vortice sonoro si fa sempre più avvolgente.

Un lunghissimo applauso del pubblico, stregato dall’eccezionale performance, stempera per un po’ la tensione e fa dire alla cantante la prima parola: “Grazie”.

Colpisce la totale padronanza dei suoi mezzi espressivi, sia vocali che corporei, estrinsecati in danze teatrali che appaiono quasi come dei riti propiziatori di una sciamana incantatrice.

Family è caratterizzata da sonorità  angosciose e claustrofobiche, sottolineate dalle immagini dove l’artista è distesa su uno scoglio con il petto aperto che cerca di ricucire attraverso dei fili, alleggerite dal lirismo dei violini, che a poco a poco virano verso un finale quasi mistico. Applausi scroscianti e liberatori.

Si chiude la prima parte del concerto completamente incentrata su Vulnicura con il brano Not get, accompagnato da un emozionante filmato che mostra dei bruchi che faticosamente escono dai loro bozzoli, come a voler rappresentare il trionfo della vita sul dolore e sulla perdita.

Difficile descrivere le sensazioni che Bjork è in grado di trasmettere dal vivo con il suo caratteristico e inimitabile fraseggio, reso ancora più intenso dai fuochi pirotecnici dietro le sue spalle che trasmettono vampate di calore anche a venti metri dal palco. D'altra parte l'alternanza ghiacchio-fuoco è un topos della sua produzione.

E’ il momento di fare un primo salto indietro nel tempo con Come to Me, da Debut del 1993, resa quasi irriconoscibile dai nuovi arrangiamenti in stile Vulnicura.

Scatta l’applauso già dalle prime battute di Pleasure Is All Mine, breve composizione da Medulla, seguita dalla percussiva I See Who You Are di Volta e dalla classicheggiante Harm of Will, recuperata da Vespertine, dove l’elettronica è quasi impercettibile.

In All Neon Like la batteria elettrica e quella fisica suonano quasi all’unisono su una tastiera inquietante e ipnotica, con la frase "don't get hungry with yourself"(“non arrabiarti con te stessa”) che suona come un mantra e al tempo stesso come un ammonimento.

Il concerto ha il suo culmine con i ritmi quasi dub di Quicksand, che fanno muovere la testa mentre Bjork appare completamente rapita dalla musica, con la trascinante Wanderlust, dove la sua voce è particolarmente drammatica e potente(bella la metafora del video in cui  la cantante attraversa un fiume accompagnata da una sorta di divinità-alter ego delle acque) e con la spettacolare Mouth Mantra, che trasporta i 3.700 in un sabbah infernale tra coreografiche fiammate e fuochi d'artificio.

Al termine del brano, salutato da un boato assordante di approvazione, Bjork presenta i suoi (eccellenti) musicisti e si dirige verso i camerini.

Il pubblico del parterre, fiutando il bis, si produce in scatti da centometristi per guadagnare un posto sotto al palco, dove fotografare e ammirare da vicino l’inarrivabile diva islandese.

C’è ancora il tempo per un brano, con il ghiaccio bollente di Mutual Core, prima di risvegliarsi da questo sogno di una notte di mezza estate.

Bjork, da artista matura, ha dato tutto quello che doveva dare senza eccedere e senza mancare in nulla, pur nel minimalismo e nel raccoglimento che impone la sua musica avanguardistica, lontana anni luce dal pop immediato e rassicurante da cui siamo circondati.

In scaletta, rispetto alle altre date del tour, manca One day, ma è una piccola pecca all’interno di un concept omogeneo e curato nei minimi particolari, quasi un’opera rock sull’abbandono e sulla rinascita.

Qualcuno potrebbe storcere la bocca per la durata del concerto ma, dopo un’ora e mezza di questo livello, si può tornare a casa più che soddisfatti e con una rinnovata certezza: non c’è nessuno, nell’attuale panorama musicale, che abbia la voce, la classe e la capacità catartica di Bjork, un vera e propria guaritrice di anime, un usignolo che vola ad altezze siderali.

La scaletta

Stonemilker
Lionsong
History of Touches
Black Lake
Family
Notget
Come to Me
Pleasure Is All Mine
I See Who You Are
Harm of Will
All Neon Like
Quicksand
Wanderlust
Mouth Mantra
Encore:
Mutual Core

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