Musica

Dai Queen a Elton John: perchè le vite delle rockstar trionfano al cinema

Cosa c'è dietro la febbre da biopic, i film che rendono immortali le storie delle icone della musica degli anni Sessanta e Settanta

Elton John 'Wonderful Crazy Night' Tour

Gianni Poglio

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Lasciare un segno indelebile nella storia, trasformare le popstar in icone senza tempo come i supereroi della Marvel: è questo il senso dei music biopic, il trend vincente su cui scommettono senza riserve i manager del cinema e dell’industria discografica. Bohemian Rhapsody, con i suoi 850 milioni di dollari al botteghino (finora) ha dissipato ogni dubbio: raccontare la vera vita dei giganti della musica, le loro passioni, i segreti inconfessabili e la genesi delle canzoni è una calamita straordinaria per il pubblico di tutte le età.

Lo è stato per il film sulla band di Freddie Mercury e lo sarà per Rocketman, in uscita a fine maggio, diretto da Dexter Fletcher, già coinvolto nella produzione di Bohemian Rhapsody, e ispirato alla vita di Sir Elton John, interpretato da Taron Egerton (Robin Hood). La storia di un sogno diventato realtà, quello di uno studente modello della Royal Academy Of Music di Londra che per amore del rock abbandona la classica e che a 16 anni si siede sulla sgabello di un pub intonando vecchi classici per una manciata di sterline. Diventerà il re del “piano rock” vendendo oltre 300 milioni di dischi e reinventando l’iconografia della musica, tra piume di struzzo, occhiali glitterati a forma di stella e costumi a metà strada tra la fantascienza il kitsch estremo.

Successo stratosferico, paranoia, depressione, droghe, discese agli inferi e risalite audaci. L’incontro perfetto tra le esigenze del botteghino e il vissuto reale di Mister John.


Dal punto di vista del business, è bene sottolinearlo, il music biopic è una formidabile e chirurgica macchina da dollari: riempie le sale dei cinema, rivitalizza le vendite del catalogo, moltiplica gli introiti degli ascolti in streaming, quintuplica (come nel caso dei Queen) o quantomeno fa lievitare le vendite del merchandising, e ha un impatto positivo sui libri e le biografie dedicati all’artista in questione. C’è poi un altro aspetto, tutt’altro che secondario, che intriga moltissimo i musicisti e i loro eredi: una volta immortalata sul grande schermo la traiettoria umana e artistica di quel cantante o di quella band restano per sempre scolpite nella storia così come emergono dalla narrazione cinematografica. Il che significa spazzar via in un colpo solo tutte le fake news, le illazioni e le invenzioni di sana pianta di cui è costellata la rete.

A questo proposito, il colpo da maestro nella ricerca della verità sulla misteriosa e a tratti incomprensibile fine dei Beatles, lo ha messo a segno Peter Jackson, accaparrandosi in accordo con la Apple Records (la storica etichetta dei Fab Four) le riprese video più preziose della storia della musica moderna: 55 ore di filmati inediti che immortalano George, Paul, Ringo e John in sala d’incisione durante la registrazione di Let it Be. In quelle immagini, mai mostrate prima, ci sono i dissidi e le incomprensioni che hanno spinto la band a sciogliersi nel momento del massimo successo. Per questa ragione, il documentario di Jackson, che lo ha definito “una straordinaria macchina del tempo che ci riporterà tutti nel 1969”  ha tutte le chance di diventare il docufilm musicale più visto di sempre.

Facile immaginare l’impatto di una pellicola che ricomponga i mille frammenti della geniale carriera di David Bowie, un artista che dal 1969 fino alla sua morte, nel gennaio del 2016, non ha mai smesso di reinventarsi e di stupire. Bowie non seguiva i trend, li inventava. Questo dovrebbe raccontare, Stardust il film con la regia di Gabriel Range e Johnny Flynn nei panni dell’artista. Dopo l’annuncio del cast si è però fatto sentire il figlio del Duca Bianco (uno dei tanti soprannomi di Bowie), Duncan Jones ,precisando che la famiglia non ha autorizzato l’utilizzo delle musiche del padre.

Procedono invece spediti il docufilm sui Bee Gees la band degli indimenticabili falsetti nella colonna sonora di Saturday Night Fever) e The power Of Love il biopic da 23 milioni di dollari dedicato alla vita di Celine Dion, diretto dall’attrice-regista Valerie Lemercier (che interpreterà Celine). Al centro della sceneggiatura, il patto d’acciaio tra la cantante, il marito René e la madre Thérese, un legame fortissimo che ha permesso alla vocalist di diventare una delle interpreti più famose del mondo. Sarà invece Bradley Cooper il regista e l’attore principale del biopic dedicato al leggendario compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein (West Side Story) .  


Il fatto che nella maggior parte dei casi i music biopic puntino alla superstar diventate tali tra la metà degli anni Sessanta e gli Ottanta non è solo una questione di prospettiva storica: I produttori cinematografici  sanno bene che quella è stata l’età dell’oro della musica moderna. Dove gli artisti facevano gli artisti e conducevano, nel bene e nel male, una vita da artista. Estrosa, bizzarra, folle, trasgressiva, ma anche molto riservata rispetto alle consuetudini di oggi. Raccontare le vite e le carriere di Elton John di Freddie Mercury o mostrare i Beatles in studio significa svelare al grande pubblico qualcosa di emozionante e travolgente al tempo stesso, tra mitologia e mistero. Quegli artisti, a differenza di molti colleghi contemporanei, non trascorrevano e non potevano, per ovvie ragioni, trascorrere metà del loro tempo a mostrare qualsiasi fatto della loro vita, dalla nuova auto alle vacanze con la fidanzata, sui social.

Scrivevano e suonavano in concerto senza soluzione di continuità. In poche parole, affinavano la loro arte e la loro cultura musicale e non, come dimostra la qualità delle composizioni. Che resistono al tempo, attraversano le generazioni e continuano a generare ricavi anche cinquanta o sessant’anni dopo la pubblicazione. Per questa ragione, quei musicisti (oltre a quelli già citati si possono aggiungere, tra gli altri, i Led Zeppelin, Pink Floyd, Rolling Stones, Genesis, Lucio Battisti, David Bowie, Ray Charles, B.B. King, James Brown, Aretha Franklin) sono diventati oggi la nuova musica classica, ovvero un patrimonio sonoro inestimabile totalmente svincolato dal tempo della sua creazione. Che funziona sempre. Sul vecchio giradischi e in streaming, ma anche sul grande schermo. 

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