Dopo un disco innovativo come Revolver (da alcuni critici considerato il loro capolavoro), i Beatles, dopo aver smesso di esibirsi in tour, si trovano alla fine del 1966 di fronte a un bivio: il prossimo album o sarà quello della svolta o quello della fine.

Nel 1967 Sgt.Pepper's Lonely Hearts Club Band, che il prossimo 1 giugno compirà 50 anni, riuscì nel miracolo di unire il mondo, con un album simbolo delle ambizioni, della paure e dei desideri di un’intera generazione.

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La tensione latente tra speranza e rischio è uno dei segreti del successo di Sgt. Pepper’s, oltre all’idea geniale di non presentarsi come Beatles, ma di trasformarsi in un’altra band, la Sgt.Pepper's Lonely Hearts Club Band, concedendosi, con questo artificio teatrale, la massima libertà creativa. “Tutto l’album verrà creato partendo dalla prospettiva dei nostri alter ego -sugerisce Paul McCartney- Non ci saranno le canzoni che vogliamo scrivere noi, ma quelle che vogliono scrivere loro”.

L’album richiede quattro mesi di lavoro e 75.000 dollari di investimento (una cifra folle per il periodo) per essere portato a termine, ma le spese vengono ripagate con gli interessi da un’accoglienza entusiastica, quasi al limite dell’isteria collettiva: Sgt.Pepper’s resta per 27 settimane al nr.1 in classifica in Inghilterra, 15 in America. “Per un breve momento -ha scritto il critico Langdon Winner-  la frammentata coscienza del mondo occidentale si riaggregò, almeno nelle teste dei giovani”. In un momento di sorprendente e irripetibile sincronia, in tutto il mondo si ascoltavano quelle canzoni, come se non si aspettasse altro che il loro arrivo.

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Il testo di A day in the life, che sembra quasi una poesia beat di Ferlinghetti o di Ginsberg, è perfetto per raccontare l’alienazione e la strana sensazione di distacco che tutti i giovani stavano provando in quel momento.

Il brano è stato inserito alla posizione numero 28 nella classifica delle 500 migliori canzoni di sempre redatta dalla rivista Rolling Stone, che, nel 2010, la decretò come miglior canzone dei Beatles.

Come nel caso di She's Leaving Home, anch'essa in Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, lo spunto per la composizione di A Day in the Life derivò dalla lettura del quotidiano Daily Mail. La notizia della morte di Tara Browne, erede dei Guinness, nonché amico di John Lennon e Paul McCartney, in un incidente d'auto viene accostata a un articolo sulle 4.000 buche presenti sulle strade di Blackburn, nel Lancashire e a un trafiletto che parlava di un'importante esibizione alla Royal Albert Hall.

Nella seconda parte è presente un riferimento indiretto al film antimilitarista Come ho vinto la guerra di Richard Lester, in cui John recitò una parte, allora incomprensibile poiché il film uscì tre mesi dalla pubblicazione di Sgt. Pepper. Dopo il racconto di John, c'è la prima delle assolvenze strumentali, fino a che subentra il lungo intermezzo scritto da Paul, il racconto di una giornata qualsiasi, per poi lasciare di nuovo spazio all'orchestra, che percorre le scale da una nota all'altra liberamente, pur nel rispetto delle regole poste da George Martin, fino al gran finale.

Realizzata in un totale di 34 ore di incisioni, A day in the life è una canzone sulla percezione, o meglio, sul disincanto nei confronti dei limiti della percezione terrena, limiti aggirabili, ça va sans dire, con l’uso delle sostanze stupefacenti, Lsd in primis, come suggerisce il verso "I'd love to turn you on"("Mi piacerebbe accenderti").

I due inquietanti glissando orchestrali ascendenti, che Lennon chiese a Martin con “un suono come la fine del mondo, alla 2001 Odissea nello spazio”, sono gli apici creativi del brano.

Per il finale Lennon, McCartney, Starr e Mal Evans, usando contemporaneamente tre pianoforti, suonarono simultaneamente un accordo di Mi maggiore, provandolo 9 nove volte prima di riuscirci. Al risultato, moltiplicato per quattro, vennero sovraincisi un altro pianoforte e un armonium, suonati da George Martin.

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Alla fine dell’incisione, le persone in studio istintivamente applaudirono il risultato, forse consapevoli di aver assisito dal vivo a un momento centrale della storia del rock.

Il frammento finale, battezzato Sgt. Pepper Inner Groove, era inciso nel solco di fine facciata,  che la puntina percorre a ripetizione finché non viene sollevata, obbligando così l’ascoltatore ad alzarsi e a togliere il disco dal piatto. Nell'edizione su compact disc la traccia viene ripetuta alcune volte, per simulare l'inquietante effetto originale.

Tra i tanti artisti che hanno interpretato il brano, spiccano i nomi di Sting, Neil Young, Bee Gees, Wes Montgomery ,Tori Amos, Bobby Darin, José Feliciano, The Fall, Phish, Chris Cornell e Jeff Beck sull'album del 2008 Performing This Week: Live at Ronnie Scott's Jazz Club. Quest’ultima versione, utilizzata nel film Across the Universe, ha vinto nel 2010 il Grammy Award per la Best Rock Instrumental Performance

A day in the life non è semplicemente la fine dell’album, ma suona come il requiem di un’epoca in cui migliaia di ragazzi si erano illusi di poter cambiare il mondo, mentre è stato il mondo a cambiare loro.

Il brano è emblematico della complementarietà dei principali autori delle canzoni dei Fab Four: John legge il giornale e si addolora, scrivendo il suo testo più significativo, Paul scende dal letto e sale sul bus con un sorriso, felice di poter realizzare le sue ambizioni di avanguardia.

Un incontro/scontro, da cui è scaturita la magia senza tempo delle canzoni di Sgt. Pepper’s.

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